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UNDER 40

Vita da orchestrale

L’orchestra Sinfonica Nazionale della Rai compie 20 anni. Una storia di successi costruiti con la fatica e l’impegno di chi la compone. Tante vite, una sola passione: la musica.

Articolo pubblicato il 3 novembre 2014

Molti di noi conoscono l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per i suoi concerti più famosi: quello memorabile per il Giubileo Sacerdotale di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma, il Concerto di Solidarietà con la Città di Torino per il restauro della cappella del Guarini dopo il terribile incendio del 1997, quelli per la Festa della Repubblica e quello tenutosi in Piazza del Quirinale per il Capodanno del 2000. L’orchestra, negli ultimi anni, è stata anche grande protagonista di tre film-opera dal successo planetario: a giugno 2012, infatti, ha suonato per Cenerentola, trasmesso in diretta su Rai1 e in mondovisione da Torino, con la direzione di Gianluigi Gelmetti e la regia di Carlo Verdone. Nel 2010 ha preso parte al Rigoletto, sempre trasmesso in diretta da Rai1 e in mondovisione da Mantova, con la direzione di Zubin Mehta e Marco Bellocchio alla regia, mentre nel 2000 ha partecipato alla realizzazione della Traviata à Paris, di nuovo con Zubin Mehta a dirigere, che si è aggiudicata il prestigioso Emmy Award come migliore spettacolo musicale dell’anno. Una storia di successi, tournée, stagioni e riconoscimenti che inizia nel 1994 e che quest’anno compie 20 anni. Sì, perché prima di quella data le orchestre sinfoniche della Rai sono 4: quelle di Torino, Milano, Roma e Napoli. Nel 1994 si decide di accorpare i 4 enti e si sceglie Torino, luogo in cui la prima orchestra Rai vide la luce nel 1931, come sede principale. In questi 20 anni si sono assecondati sul podio direttori di fama mondiale: da Claudio Abbado a Rostropovic, da Zubin Mehta a Elihau Inbal. Oggi il direttore principale è il giovane e talentuoso slovacco Jurai Valcuha, il sovrintendente è Michele Dall’Ongaro e la direzione artistica è affidata a Cesare Mazzonis. La stagione 2014-15 si annuncia ricca di sorprese, tournée all’estero e concerti imperdibili. Per il programma completo, consigliamo di consultare il sito (www.orchestrasinfonica.rai.it.), mentre per capire un po’ meglio come funziona un’orchestra sinfonica e per toglierci qualche curiosità, abbiamo intervistato Alberto Occhiena, 33 anni, percussionista.

Come si arriva a suonare in questa orchestra?
Attraverso un concorso internazionale. Ovviamente ci si arriva con i propri titoli di studio, il conservatorio, i corsi di specializzazione. Si devono superare delle selezioni, prima di tutto in anonimato, per cui chi giudica non sa chi sta suonando, ma conosce solo il suo numero: la prova si svolge dietro una tenda, per non influenzare in alcun modo i giudici. Chi passa va a una seconda prova, senza anonimato questa volta, in cui la commissione sa chi sei e durante l’esame (che è sempre pratico, non c’è nulla di teorico) può chiederti di ripetere dei passi orchestrali in determinati modi.

E i posti sono molto ambiti…
Per darvi un’idea, quest’anno sono arrivate circa 1.000 domande per una quindicina di posti disponibili. Il fatto che io, di Torino, sia riuscito a passare la selezione proprio qui è un caso decisamente raro.

Ancora più raro che anche la tua compagna, e madre dei vostri due bambini, suoni in orchestra con te. È stato un caso oppure no?
No, per nulla. Diciamo che è stata “obbligata” per amore, anche se fa un po’ ridere detta così. Lei si chiama Martina Mazzon, è di Venezia, suona il violino e aveva vinto il concorso per l’orchestra del Teatro La Fenice. Io, nel frattempo, avevo vinto qui a Torino. Il caso ha voluto che poco dopo si liberasse un posto da violino e che lei venisse contattata. Ci eravamo conosciuti quando eravamo entrambi “aggiunti” (esterni che vengono chiamati secondo le esigenze) dell’orchestra: nel 2008 abbiamo vinto il concorso e da allora viviamo insieme.

Com’è lavorare con la propria compagna in un ambito come quello di un’orchestra?
L’orchestra è una comunità davvero variegata: al suo interno ci sono varie famiglie: gli archi, le percussioni, gli ottoni… Quindi, anche un po’ per sopravvivenza, cerchiamo di ricavarci degli spazi, per noi singolarmente, almeno al lavoro, altrimenti si starebbe insieme 24 ore su 24.

Suoni in un’orchestra con più di 100 elementi: cosa significa provare, andare in tournée?
Ovviamente, abbiamo bisogno di una bella organizzazione alle spalle. Quasi ogni settimana il programma è diverso: cambiamo direttore, solisti e brani. Ovviamente quando ci si sposta ci servono due autobus e quando giriamo l’Europa, spesso abbiamo un charter tutto per noi.

E le prove come funzionano?
In stagione si tengono in media due concerti a settimana (giovedì e venerdì) e si inizia il lunedì a provare. Quindi, sono in media tre giorni di prove, con quella generale la mattina del primo concerto, che – a pensarci bene – sono abbastanza pochi. Le prove sono sempre finalizzate a un concerto e non sono previsti giorni di studio né “di affiatamento”, per così dire. Ciò che forse la gente non realizza è che il nostro è un lavoro che implica il “portarsi i compiti a casa”. Succede sovente che uno si prenda gli spartiti e che inizi a lavorare da solo, a casa propria.

Qual è il rapporto tra musicisti e direttore d’orchestra?
Per accostarci al mondo sportivo, il direttore è paragonabile all’allenatore di una squadra di calcio, che noi, perlopiù, cambiamo ogni settimana. Ti accorgi che la squadra (l’orchestra) cambia modo di “giocare” a seconda del direttore. Un discorso a parte è il direttore principale, con cui si passa più tempo: conosce i nostri pregi e i nostri difetti e ci lavora sopra.

Si percepiscono, dunque, le differenze di carattere e di stile tra diversi direttori?
Assolutamente sì! Per me cambia davvero tanto. Lo so che può essere difficile da capire, ma è così: per esempio, abbiamo suonato il Rigoletto a Mantova, quattro anni fa, con Zubin Mehta a dirigere e con cui non avevo mai lavorato. Devo dire che sono state due settimane splendide. E in quel caso il suo carisma ha fatto molto: l’orchestra è davvero cambiata.

Hai dei ricordi particolari legati a qualche concerto o avvenimento?
Non saprei, in questi anni ho vissuto esperienze bellissime. Beh, un evento che mi ha emozionato davvero tanto è stato suonare Beethoven in Piazza San Carlo, l’anno scorso, davanti a 10.000 persone.

Consiglieresti a un ragazzo, oggi, di intraprendere la strada della musica classica?
La musica è una grande palestra di vita e credo sia giusto coltivarla aldilà di quello che potrebbe essere, in futuro, un lavoro. Anche nel nostro campo la crisi si fa sentire e per un posto di violino le richieste arrivano a essere 200 o 300. Non aver paura di studiare all’estero e di tenere a mente che, per fare questo mestiere, bisogna essere pronti ai cambiamenti perché, se vinci un concorso a Roma o a Vienna, devi trasferirti. Bisogna dare il massimo in quel che si fa e nella musica non ci sono alternative: cercare i maestri, essere curiosi e non sentirsi mai arrivati. Se l’intenzione è questa, occorre dare il mille per mille.

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