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STORIA E STORIE

Virginio, innovatore ante litteram

Oggi è sconosciuto ai più, ma Vincenzo Virginio non fu solo un personaggio illustre a cui intitolare vie e piazze. “il nostro Parmentier” ha riabilitato la patata, riportandola in tavola.

Articolo pubblicato il 10 settembre 2014

Con queste poche righe, vorremmo raccontare la storia di un personaggio dal notevole valore umano e scientifico, rimasto tuttavia misconosciuto. Ancora oggi, infatti, nonostante siano molte le piazze e le vie a lui intitolate in varie città del Piemonte, ben pochi sanno chi fu e di cosa si occupò l’avvocato-agronomo Vincenzo Virginio, il cui nome viene spesso travisato, anche dai correttori automatici, con quello del sommo poeta latino Virgilio.
Nato a Cuneo il 12 aprile del 1752, figlio di Enrico, procuratore del re presso il tribunale, già nel 1772 si laureò seguendo le orme paterne, in “ambe leggi” all’Università di Torino. Brillante professionista e apprezzato difensore dei più deboli e oppressi, sposò nel 1778 Maria Maddalena Fabre, appartenente a una ricca famiglia di mercanti torinesi con origini e grandi proprietà nel Pinerolese, da cui ebbe una dote cospicua.
Chi ancora oggi transita sulla strada che da Cuneo, oltre Passatore, si inoltra verso S. Pietro del Gallo e Bosco di Busca, può notare sulla destra un’ampia tenuta, Cascina Tre Tetti, che era proprietà dei Virginio. Fu certamente là, negli anni dell’infanzia e nelle vacanze estive, che Vincenzo prese contatto e dimestichezza con la campagna e la vita agreste, sviluppando quell’ansia di ricerca e di miglioramento che diventò il vero motore della sua vita. Gli studi legali ed economici, la logica, la fisica e le lettere in cui da sempre eccelleva, lasciarono presto il posto alla sua vera passione: l’agronomia.

Intorno al 1780, la dimora della famiglia Virginio, nella capitale del Regno, divenne il punto di riferimento e di coesione degli uomini che daranno vita, nel 1785, alla Società Agraria Torinese, ufficialmente riconosciuta dal sovrano, tre anni dopo, quale Reale Società Agraria.
Correva l’anno 1787, quando il nostro avvocato pubblicò il Trattato sulla coltivazione delle patate che lo porterà a esser definito “il Parmentier italiano”. Lo scopo principale dello studioso fu sempre, infatti, quello di favorire lo sviluppo delle coltivazioni agricole perché tutta la popolazione potesse trarne beneficio, in termini di vantaggi sociali ed economici. Risulta fondamentale un fatto: nel Piemonte di quei tempi, la patata, pomo di terra o tartifle, come la definisce con un termine occitano il Virginio, non era considerata a fini alimentari, anzi, era ripudiata quale frutto sotterraneo del demonio. Questo, nonostante il prezioso tubero avesse contribuito, in gran parte, a salvare dalla carestia nazioni intere – uomini e animali – come l’Irlanda.
Altre numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative, ricche di consigli pratici per l’ottimizzazione dei raccolti, seguiranno negli anni, come l’opuscolo del 1796 sulla difesa dei frutteti dalla brina, quelli economici del ’99, sull’uso della torba e persino l’invenzione di una stufa dalla grande resa e dal minimo consumo. La patata arriverà, infine, in Piemonte nel 1803.

Tutti questi sforzi, gli studi e le dimostrazioni pratiche, le offerte sui mercati alimentari, gli originali regali per le signore che consistevano in patate riposte in preziosi cofanetti per impreziosirne l’immagine, condussero però ben presto alla rovina il nostro Vincenzo, che fu costretto ad alienare i beni propri e della moglie, a Cuneo, a Pinerolo e a Torino. Nell’affannosa ricerca di sostanze, l’avvocato cercò anche di vendere i propri opuscoli alle autorità, tentando anche con i prefetti dell’intervenuta epoca napoleonica. Fu proprio questa “nuova era” a dare un’importante e definitiva svolta alla vita di Virginio.
Gli anni di cui parliamo furono quelli dell’illuminismo riformatore sabaudo, con grandi passi avanti, pur tra furiose resistenze conservatrici, nella modernizzazione di tutte le strutture pubbliche e private. A tutto ciò si sovrappose il periodo napoleonico con la sua “ricostruzione” forzata, la secolarizzazione, la frenetica ricerca dei cosiddetti “uomini nuovi”. Virginio incarnava il prototipo dell’antropologo innovatore, dello studioso illuminato e del ricercatore botanico.
Nel 1806, i francesi occupano la Dalmazia e provveditore generale è proclamato il veneziano Vincenzo Dandolo, uomo di scuola, di comando e anch’egli agronomo. Nel 1807, l’avvocato cuneese viene chiamato a Zara, dove organizza l’orto botanico sperimentale e diventa professore, presso il liceo, di Storia naturale e Agronomia.
Sono anni di rinnovato e soddisfacente impegno culturale, in una terra promettente ma dall’economia arretrata. Tornato a Torino nel 1811, si avvierà verso un inesorabile declino psico-fisico. Ricoverato tra gli incurabili al San Giovanni, dal 1821 passerà all’Ospedale San Maurizio e Lazzaro fino alla morte, nel 1830.

La sua opera illuminata e il suo inesauribile coraggio furono tardivamente “premiati” con una pensione per meriti nell’ambito delle scienze agrarie, concessagli dall’imperatore e confermata, poi, da Re Vittorio Emanuele I.
Circa 200 anni più tardi, accompagnando e assistendo nella ricerca il Prof. Paolo Gerbaldo, ebbi con lui la fortuna di ritrovare, nelle carte dell’Archivio di Stato di Zara, ben sei grandi faldoni scatolati, contenenti migliaia di fogli scritti e illustrati dall’avvocato Vincenzo Virginio, là rimasti sepolti: lettere, progetti, riflessioni, carte della professione legale, viaggi, testimonianze di interessi culturali, studi di agricoltura. Il Fondo Virginio, riordinato dalla valente archivista Dubravka Kolic, rimane a imperitura memoria nella splendida città croata, il cui mare, le cui strade e architetture trasudano italianità, dai resti romani alla dominazione veneziana, fino alla parentesi sfortunata del XX secolo.
Chissà che nel grande richiamo turistico esercitato dall’attuale Croazia non possa affacciarsi qualche piemontese a omaggiare il nostro studioso, divenuto ora, per il lettore, un illustre conterraneo.

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