GUSTO

Tornare a sporcarsi le mani

Da modello desueto a strumento della nuova "Urban Agricolture" e archetipo di sviluppo sostenibile,l'orto è tutto in uno: vita, armonia, salute etica ed estetica

Articolo pubblicato il 7 Marzo 2014

Con la primavera che incombe, al termine di un inverno che non si ricordava così mite dal 2007, tornano prepotenti pensieri di verde, che impreziosisca le nostre case rinnovandone il giardino o colori gli spazi che possiamo arredare con la natura, siano essi quelli di un balcone o di un semplice davanzale.

MODELLO VIRTUOSO DI SOSTENIBILITÀ

Da alcuni anni, però, l’attenzione ciclica per le piante e la loro bellezza capace di ristorare il corpo e lo spirito ha visto gradualmente aumentare l’importanza per quelle che, oltre a dare piacere a vista e olfatto, possono soddisfare il gusto e addirittura recare beneficio a corpo e a salute. E non si tratta di una moda italiana, bensì di un movimento mondiale con risvolti addirittura geopolitici. Parole come urban farming e urban agriculture diventano oggetto di progetti, protagoniste di scenari futuri, per l’alimentazione di una popolazione umana che ormai, sul pianeta, si concentra nelle città più che nelle campagne: una prima assoluta nella storia del genere umano. Se lo urban farming consiste nell’esercizio dell’attività agricola professionale, istallando serre o addirittura allevando animali in città, per ridurre in modo drastico la distanza tra chi produce e chi consuma (casi emblematici sono le grandi serre in Seattle o il progetto Pig Idea a Londra, che promuove l’utilizzo dei rifiuti organici derivanti dal cibo per il nutrimento dei maiali, www.thepigidea.org), la urban agriculture è ciò che maggiormente corrisponde alla voglia di conoscere e produrre il proprio cibo, che sempre più anima anche chi vive e lavora lontano dalla terra. Si moltiplicano pubblicazioni e consigli reperibili in rete per creare il proprio minuscolo jardin potager negli spazi solatii di una terrazza o di un lastrico solare, ma altrove c’è addirittura chi fa dell’occasione di autoprodurre patate, carote e zucchine un atto di riconquista di spazi di nuova socialità. È il caso di Prinzessinnengärten, movimento socio-agricolo berlinese, che raccoglie sempre più adesioni e che recupera gli spazi abbandonati della capitale tedesca per organizzare incontri, coltivare ortaggi, ma anche preparare piantine per coloro che vogliono contribuire a disseminare lo spirito in altre aree della metropoli. Obiettivo: un’agricoltura urbana, diffusa, sociale ed ecologica, che permetta ai più piccoli di comprendere che non sono né gli scaffali dei supermercati, né le valli in cui pascolano vacche lilla o dove gli alberi si animano per porgere le mele ai passanti, i luoghi dove nasce il cibo. E in Italia? Beh, nel Paese che a lungo è stato considerato il giardino d’Europa e che prima dell’industrializzazione ebbe nell’export delle derrate alimentari il primo (e oggi possiamo dire, più duraturo) motore di sviluppo economico, l’orto urbano torna anche grazie alla riscoperta delle generazioni più giovani e sensibili ai nuovi fermenti culturali  che popolano il web e i social network. Sempre più cittadine, in modo particolare e visibile nella provincia di Cuneo, dedicano spazi pubblici a coloro (in genere pensionati, ma non certo esclusivamente) che desiderano coltivare un orto. E così rinasce un’autoproduzione virtuosa, non solo per gli aspetti economici e salutari intuibili, ma anche per l’alto valore sociale che l’iniziativa riveste. Ne derivano condivisioni di semi e piantine, scambi di prodotto e persino cene collettive per mangiareciò che si produce insieme.

OBIETTIVO: AUTOSUFFICIENZA

Non si creda che un orto debba necessariamente essere qualcosa di limitato nelle sue ambizioni, dall’esiguità dello spazio o dall’inarrestabile avvicendarsi delle stagioni che segna il nostro clima boreale. Proprio dalla provincia di Cuneo è partita un’iniziativa che ha trasformato nell’orto la proverbiale, confuciana, canna da pesca. In pochi anni, Slow Food ha portato a compimento l’ambiziosa realizzazione di 1.000 orti in Africa: in decine di Paesi sono state portate competenze, attrezzature, sementi e piantine, rigorosamente locale o adatte al clima locale, per aiutare piccole comunità a riconquistare innanzitutto l’idea di una sovranità alimentare che il mercato mondiale non aiuta loro a sviluppare. Spesso, infatti, Paesi chiave per la produzione di materie prime generiche (le cosiddette commodities ) richieste dai consumatori del primo mondo (banane, cacao, olio di palma, per esempio) non riescono ad avere, sul mercato locale, coltivazioni necessarie a garantire l’autosufficienza. E quest’ultima non è rifiuto dell’agricoltura destinata all’esportazione, ma  consapevolezza che, se non si dipende dagli aiuti FAO per sopravvivere, anche negli stessi rapporti commerciali si gode di una forza diversa. Lo ha sottolineato nella sua visita a Pollenzo (Bra-CN) José Graziano da Silva, segretario generale della FAO, che ha visitato l’Università di Scienze Gastronomiche lo scorso anno. Un grande movimento planetario, quello degli Orti in Africa , che lo scorso 17 febbraio ha fatto segnare un nuovo ambiziosissimo passo in avanti. All’auditorium San Fedele in Milano, proprio Gaziano da Silva e l’ex ministro per l’integrazione Kyenge hanno accompagnato l’annuncio di Carlo Petrini sul prossimo obiettivo: 10.000 orti in Africa entro i prossimi quattro anni. Una meta visionaria, che testimonia come le dimensioni contenute e le entità esigue che derivano dall’orticoltura di certo non sminuiscono la validità di questo modello di produzione, il quale, anzi, dalla tradizione torna con grande efficacia a giocare il proprio ruolo nella modernità.

L’ORTO FELICE

L’hortus conclusus non è però solo archetipo virtuoso e modello di una “decrescita” che si trasforma in sviluppo consapevole: è anche bellezza, vita, dedizione, pazienza. Ce lo spiega il “giardiniere” per eccellenza, che proprio nell’orto vede il fulcro del giardino,Paolo Pejrone. Cos’è l’orto per Paolo Pejrone? È il cuore pulsante del mio giardino di Revello. La parte centrale, la più amata. Le mie collezioni di magnolie e di bulbose, così come l’uliveto, passano in secondo piano di fronte all’orto. Portare in casa una gustosa insalata invernale, le verdure primaverili – dalle cipolle appena nate, ai ravanelli, dalle carote novelle ai piselli in baccello – è un privilegio. Così come i pomodori caldi del sole e i cetrioli freschi dell’ombra, o ancora le prime patate, competono con la freschezza degli zucchini e dei fagiolini appena colti. L’orto, nella quotidianità, è un punto di riferimento fondamentale per la cucina e la salute. Le concimazioni e il compostaggio naturale, le pacciamature, il bando dei diserbanti, degli anticrittogamici e degli insetticidi sono la base di un orto sano, che a sua volta è garanzia di qualità di vita, per noi e per il futuro di chi ci sta accanto.

E l’estetica?

Se l’orto è sincero e vero è già di per sé bellissimo. La verdura sana e rigogliosa è la base della sua estetica e non bisogna temere una scanditura sistematica degli spazi. I letti di coltura ben distanziati e ben disposti possono diventare parte di una routine architettonica di sincera valenza. Semplicità e sobrietà sono il manifesto di un “orto felice”, l’ecosostenibilità ne è il presupposto, mentre sole e acqua sono i suoi genitori.

La terra conta?

La terra, opportunamente alimentata da concimi naturali e con il giusto sostentamento, può diventare idonea alla coltura dell’orto. Il buon ortolano, per esempio, sa che una certa componente sabbiosa è il segreto per belle carote, mentre l’argilla arricchita può essere di aiuto in estate per la crescita di pomodori e zucchine.

L’orto è anche paziente attesa…

In realtà, l’attesa è molto più lunga nell’evoluzione del giardino, poiché vedere crescere una magnolia o una quercia è un vero esercizio di pazienza, mentre i semi di pomodoro seminati in primavera, per esempio, crescono velocissimi; i ravanelli, se ben coltivati, dopo 18 giorni propongono già le loro primizie, oppure il prezzemolo, a 40 giorni, inizia a germinare. L’attesa dunque non è così lunga, tuttavia la pazienza rimane una componente fondamentale, come l’acqua, il sole, il compost e il lavoro dell’uomo e, se non si sa aspettare, all’orto mancherà sempre qualcosa, ben sapendo che le felicità attese sono sempre più felici di quelle improvvise…

È possibile l’integrazione tra orto e giardino?

Dipende sempre dalla superficie e della posizione dell’orto, che dovrebbe essere separato dal giardino da una staccionata o una siepe. Questo per il semplice motivo che gli animali di casa non devono interferire: la competizione sarebbe troppo forte, poiché tali spazi si basano su un equilibrio delicato e hanno bisogno  di cure. Ciò è anche il motivo per cui l’orto non dovrebbe trovarsi molto lontano dalla propria abitazione, ben sapendo, tuttavia, che un’area strappata al degrado grazie a un orto urbano, per esempio, val bene ogni distanza e che questo tipo di attività può diventare una forma di passatempo, di lavoro e di condivisione all’importante valenza civile.

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