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RISO GALLO COMPIE 160 ANNI. TRA GENOVA E BUENOS AIRES, LE VICENDE DI UNA FAMIGLIA E UN’AZIENDA CHE IERI HA CONTATO SULLA GENIALITÀ E IL CORAGGIO DEI FONDATORI, E CHE OGGI PUNTA SU GIOVANI GENERAZIONI, CONSAPEVOLI E CON I PIEDI PER TERRA.

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Articolo pubblicato il 6 maggio 2016

Chicchiricchi” è l’eco del carosello che negli anni ’70 accompagna l’immagine sbiadita, in bianco e nero, di Lea Massari cuoca e casalinga. È uno di quei claim (un tempo si diceva slogan) entrati nella memoria collettiva, come la sua testimonial, in un epoca in cui la pubblicità ancora bussava timidamente nelle case degli italiani, da poco dotate anche di TV. E già allora, Riso Gallo era all’avanguardia, tra i primi a esplorare le nuove frontiere del marketing. Un marketing che evidentemente ha fatto scuola, se è vero che al marchio, ancora oggi, è inevitabile associare il verso del gallo e l’immagine stessa del pennuto che, rappresentato in tante declinazioni, è di casa nella sede di Riso Gallo a Robbio (PV).
Nello stabilimento della Lomellina, cuore pulsante dell’azienda e della risicoltura italiana, incontriamo Mario Preve, presidente del gruppo e rappresentante di una delle poche famiglie, in Italia, a capo di una grande impresa da ben sei generazioni. Tante vicende umane, una sola realtà imprenditoriale, che ha fatto la storia della nostra industria risicola, partendo da Genova. E proprio dalla città ligure comincia l’avventura di uomini che hanno precorso i loro tempi, aprendo non solo vere e proprie rotte commerciali tra continenti, ma anche inedite vie di mercato e strategie.

Tra Genova e il Sudamerica: il riso come trait d’union tra due continenti?
La nostra azienda nasce ormai 160 anni fa (era il 1856) nel quartiere di Sampierdarena. Giobatta Preve, dopo essere tornato dall’Argentina, aveva fondato una riseria dove si lavorava il risone proveniente dall’Egitto e dall’Oriente, per poi esportarlo in Sudamerica. In seguito la famiglia si trasferì definitivamente in Argentina, dove l’attività era ben avviata, ma mio padre ha sempre viaggiato tra Europa e Argentina. Era una vita estiva, secondo la stagionalità del raccolto.

Due genitori fuori dal comune e soprattutto un padre coraggioso, amante dell’avventura…
Mio padre Riccardo era un uomo straordinario. A 23 anni contrae il tetano e, anche se tutti lo danno già per morto, guarisce quasi miracolosamente. Poi, quando nel 1916 lo richiamano alle armi, sceglie l’aviazione (e allora gli aerei erano trabiccoli in legno e tela cerata…) perché un vecchio compagno di scuola, poco tempo prima, in treno, gli aveva parlato di quella straordinaria novità. A Pisa, in due mesi, prende il brevetto da pilota e finisce alla base di Otranto, dove si distingue per azioni valorose in volo, ricevendo addirittura il DSO (Distinguished Service Order) da Re Giorgio V, il più alto riconoscimento concesso dal Regno Unito a un cittadino non britannico. Ma la passione per l’avventura non lo abbandonerà mai, tanto che anni dopo, nel ’48, si fa costruire un 23 metri dal cantiere Baglietto. Lo chiama “Caroly”, come mia madre (Carolina – ndr), e con quella barca a vela affronta la traversata oceanica, prima da Genova a Buenos Aires in quattro mesi (nel ’48), poi da Buenos Aires a Genova passando per New York (nel ’56). Una traversata, quest’ultima, durata nove mesi, con cui strappa “Caroly” alle grinfie di Peron, che voleva appropriarsene creando ostacoli burocratici e con pesanti controlli doganali. Mio padre aveva una visione chiara e non temeva di affrontare le situazioni critiche: d’altra parte per gestire un’azienda risicola in Argentina, allora, ci voleva coraggio… Ma professionalmente non era spregiudicato ed era lungimirante.

La svolta. Il passaggio definitivo in Italia
La prima grande svolta che ha contribuito a riportare i Preve dall’Argentina è stata la costruzione del Canale Cavour (tra il 1863 e il 1866 – il canale collega il Po, all’altezza di Chivasso, con il Ticino – ndr), che permetteva l’irrigazione di tutta l’area del vercellese, la coltivazione del riso e, di conseguenza, anche un approvvigionamento diretto dalla Lomellina. Intorno agli anni ’20 l’azienda si stabilì a Novara, poi definitivamente a Robbio, nel cuore di questo nascente “distretto” italiano del riso.
Ma ci fu un aneddoto, in particolare, che mi piace ricordare. Sempre in quel periodo, tra le due guerre, il presidente della Shell – che allora si occupava di trading, non ancora di petrolio, ed era proprietaria di molte risaie in Indonesia – era trattenuto a Genova per via di un’avaria alla nave su cui doveva imbarcarsi. Mio padre, allora, da buon padrone di casa, lo intrattenne per un paio di giorni, riservandogli tutti gli onori del caso. Quell’evento fu determinante: in segno di riconoscenza, il magnate della Shell concesse a Preve&Frugone un fido illimitato sull’acquisto del risone dall’Oriente. Un vero volano che ci ha permesso di crescere in modo esponenziale. Dopo anni da quel fatto, mio padre a volte mi diceva: “Se devi fare benzina, fermati alla Shell”. Per lui era un piccolo atto di riconoscenza.

Riso Gallo è stato il primo gruppo in Italia ad aver dato al riso un “brand”, un “packaging” e un “labelling”. Perché proprio il gallo?
Fino alla Seconda guerra mondiale, il riso era venduto come prodotto di massa, in sacchi che distinguevano le varietà con illustrazioni di vari animali, poiché l’analfabetismo era prevalente. Il gallo da sempre individuava la qualità migliore, in genere, la “extra”: da qui la scelta di adottare l’immagine del volatile come marchio aziendale intorno agli anni ’40. Ma mio padre non si limitò a questo. Capiva che il prodotto poteva essere venduto in scatole per presentarlo in modo consono al nuovo marchio che stava nascendo e per svecchiarlo dal vecchio sacco. Ma Gritti, il suo socio di allora, non voleva acquistare la macchina per l’inscatolamento, per lui era una spesa inutile… Oggi, con il senno di poi, ci rendiamo conto che quella scelta è stata il fondamento del marketing di oggi, la base del mercato odierno, non solo per noi, ma per tutta l’industria alimentare. Mio padre è stato un pioniere coraggioso anche in questo.

Cosa vuol dire, oggi, essere una delle grandi aziende familiari in Italia, insieme ai Barilla, i Lavazza, i Ferrero?
Le aziende familiari, sia grandi che piccole, sono la forza dell’Italia. Sono un grande motore. Ciò che in genere si trascura, però, è il cambio generazionale, che è proprio il momento più delicato. Nel nostro caso, per esempio, i problemi tra me e i miei fratelli, che poi sono stati risolti, mi hanno insegnato che questo passaggio va gestito con molta attenzione e che, soprattutto, non si entra nell’azienda di papà per diritto acquisito. Per questo, qualche anno fa, ho radunato moglie e figli e, insieme, abbiamo stipulato un “patto di famiglia”. Poche e semplici regole. Uno: non si entra in azienda per merito acquisito. Due: i figli devono laurearsi. Tre: le sette settimane. Ovvero, devono lavorare una settimana in ogni settore dell’azienda. Quattro: devono imparare almeno tre lingue straniere. Cinque: dopo la laurea devono trovare un lavoro in un’altra impresa e starci almeno tre anni. Ci sono, infatti, delle cose che non possono imparare se non da soli e questo è l’unico modo per farli entrare nell’azienda di famiglia professionalmente maturi e consapevoli. Carlo, per esempio, è stato alla Unilever; Emanuele alla BMW e Unicredit; Riccardo in Germania alla Ferrero; Eugenio alla J.P. Morgan. Ora, tre su quattro sono in Riso Gallo, in settori differenti.

Dal risone importato alla produzione italiana. Conta il “made in Italy” nel vostro export?
Nell’export il made in Italy è fondamentale. In particolare, all’estero, promuoviamo sì il riso italiano, ma soprattutto il risotto, che è uno dei simboli della nostra cucina. Per questo, oltre frontiera, lavoriamo sui prodotti con tale destinazione d’uso. E per lo stesso motivo, è nata anche la Guida Riso Gallo, (la guida, quest’anno edita da Gribaudo-Feltrinelli, raccoglie e premia tutti i ristoranti di alto livello che nel mondo valorizzano il risotto in tutte le sue forme – ndr). Al contrario, in Italia, si incentiva il consumo del riso, che è basso, anche attraverso lo studio di prodotti che ne possano accelerare la preparazione (non solo quindi per risotti), poiché il tempo che si dedica alla cucina è sempre meno.

A tal proposito, sono più importanti le varietà o le destinazioni d’uso del riso?
Le varietà in risicoltura vanno cambiando velocemente. Da un lato quelle esistenti si modificano di raccolto in raccolto, dall’altro ne vengono selezionate di nuove costantemente. Inoltre, alcune varietà che solo qualche anno fa erano conosciute, oggi non esistono quasi più, come l’Arborio. Oggi si usa il Volano, che ha caratteristiche simili, ma se scrivi “Volano” sulla confezione, nessun consumatore capirà mai di che tipologia si tratta. Per questo ha molto più senso parlare di destinazione d’uso e questo viene comunicato in modo marcato sul nostro packaging. Tra l’altro, ci occupiamo anche di selezionare le sementi, poiché in passato capitava spesso che gli agricoltori scegliessero varietà che producevano molto in campo, ma che presentavano delle criticità in fase di trasformazione e di vendita. Questo ci consente anche un maggiore controllo della filiera.

Riso Gallo è sbarcata anche in Cina: un po’ come vendere ghiaccio agli eschimesi?
In Cina vige un pesante protezionismo sul riso. Fino a qualche anno fa “chiudevano un occhio”. Dopo le Olimpiadi del 2008 riesce a passare solo il riso in busta già pronto, per cui i ristoranti italiani, laggiù, hanno grandi difficoltà a reperire la materia prima. La stessa cosa vale per il Giappone, dove la risicoltura è addirittura domestica. Curare la risaia dietro casa è un po’ come per noi tenere l’orto.

© [UNICO] people&style 2016

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