STORIA E STORIE

Ritmi slow : storie di barche e uomini

Scorci urbani intagliati dal mare, sorvegliati da promotori fascinosi ed aspri: questa è Levanto, con i suoi gozzi antichi che ancora oggi sono realizzati qui da una ditta artigiana

Articolo pubblicato il 7 Marzo 2014

È una bella cittadina Levanto, alle porte delle Cinque Terre, immersa in un paesaggio d’incanto. Le montagne dell’Appennino scendono ripide per poi allargarsi in una conca dolce su un golfo non aspro, dalle rive basse e la spiaggia lunga. L’abitato pare un’isola, solo parzialmente contaminato dalla speculazione edilizia degli anni ’60 e ’70; in gran parte, il centro storico mantiene la struttura antica con edifici d’epoca, testimonianza di un passato importante. Un insieme di luoghi di ritrovo, scorci urbani, un bel mare riparato da due promontori aspri e fascinosi, aree verdi: tratti che le hanno valso, dal 2003, l’inserimento tra le “città slow”, i luoghi del buon vivere, per la qualità complessiva della vita. Levanto ha origine antica; nacque all’epoca romana, nell’entroterra, all’incirca dove oggi si trova il borgo di Montale. Una posizione strategica, lungo la via che dall’interno portava alla costa attraversando Ceula così si chiamava. Nel Medioevo, l’abitato si sviluppò lungo il mare e nel 1229 Levanto era un florido centro commerciale dipendente dalla Repubblica di Genova. Il fulcro delle attività era il porto canale, collocato dove il torrente Cantarana sbocca al mare, che funzionò fino al XVI secolo, quando progressivamente si interrò. Segni del passato mercantile si trovano nella Loggia, nelle case del borgo antico, con evidenti tracce di un’attività di traffici e commerci che si espandeva nelle valli circostanti, fin nel Piacentino e nella piana parmense. La Chiesa di Sant’Andrea, con la facciata a fasce di serpentino verde locale e di marmo di Carrara, indice di un antico splendore, domina la cittadina, assieme al Castello e alla Torre dell’Orologio. La vocazione marinara si mantiene nei secoli, anche se i tempi dei grandi commerci volgono al termine, e il Mar Ligure, qui, non è più solcato da vascelli carichi di merci di valore, bensì da più modeste barche da pesca, prima di diventare meta di villeggiatura, invero un po’ particolare e originale, senza tuttavia cadere in una spocchiosa esclusività. Le fotografie di Levanto di inizio secolo scorso mostrano il litorale, ampio per questa zona del Levante ligure, popolata di barche in secca. Sono i gozzi, l’imbarcazione tipica e tradizionale di queste acque, utilizzati per pesca costiera, piccoli traffici e – specie in aree quali appunto le Cinque Terre, i cui borghi abbarbicati sulle rocce a strapiombo sul mare sono difficilmente raggiungibili via terra – anche per trasporti di cose e persone. A Levanto, la ditta Schiaffino prosegue da 50 anni la tradizione artigianale cantieristica della costruzione del gozzo ligure. Nel 1964, Dino Schiaffino, dopo un adeguato periodo di apprendistato a Lavagna, affrontato con vera passione per questa antica attività, impiantò in Via dei Martiri nella cittadina dello spezzino, la sua “bottega”, oggi trasferita in un più moderno capannone a Piè di Legnaro. Realizzava gozzi lavagnini tradizionali in legno. Pino per il fasciame, acacia per lo scheletro, mogano o teak per la coperta. Erano costruiti praticamente su misura per le esigenze del cliente, perlopiù venduti in loco e usati per le tradizionali funzioni per cui erano nati: pesca e lavoro. Solo più recentemente sono stati “scoperti” e rivalutati anche come mezzo da diporto, piccolo cabotaggio e svago. Si misuravano ancora secondo l’antico “palmo genovese”, 25 cm circa. La dimensione andava dal più piccolo, di 15 palmi (circa 3,80 m), fino a uno di ben 48 palmi (12 m) degli anni ’70, ancora oggi “in acqua” a Camogli. Imbarcazione antica, il gozzo, nativa dell’alto Tirreno e della Liguria in particolare. La principale differenza fra i vari tipi riguarda la prua: quello detto “alla cornigiotta” ce l’ha inclinata all’indietro, in quanto è destinato a spiagge sabbiose e necessita di avere una immediata spinta di galleggiamento. Per coste dai pendii bruschi e riparate, senza problemi particolari di alaggio, si ebbero prue diritte. Ultimamente si preferisce in genere la prua detta “alla catalana”, alta e slanciata verso l’esterno. Questo perché passando dalla originaria propulsione a remi o a vela, latina o alla portoghese, a quella a motore, questo tipo di conformazione permette di fendere l’acqua in modo ottimale. A proposito di motori, il gozzo richiede l’adozione di quelli di piccola potenza, sia nella versione fuoribordo sia entrobordo poiché, essendo a carena tonda, la velocità dipende dalla forma e un elevato numero di cavalli non avrebbe un grande esito, se non quello di sollecitare in modo eccessivo lo scafo. Lo stesso non ha bisogno di alcuna modifica sostanziale, rispetto alla linea “classica”, per l’adozione di fuoribordo, mentre l’entrobordo richiede particolari accorgimenti che ne cambiano parzialmente la linea. Le sezioni di prua sono molto svasate in modo da tagliare l’acqua facilmente e rovesciarla ai lati, mentre la poppa è appesantita per consentire all’elica di essere sempre immersa e garantire una buona spinta. sono stati circa 500 i gozzi realizzati dalla Schiaffino  e venduti, come detto, perlopiù in zona (anche se uno è andato a solcare i mari d’Australia). A partire dal 1988 è stata abbandonata la costruzione in legno, anche a causa della mancanza di richiesta, a favore della vetroresina, più leggera e con minore necessità di manutenzione. Ogni barca è però accuratamente rifinita a mano con l’uso di teak massiccio per il ponte, i bordi, le tavole esterne e le paratie. La produzione si incentra su quattro modelli: il Pevea 400 di 4 m, il 5 Terre di 4,80 m, entrambi fuoribordo; il Levanto 55 di 5,60 m e il Delfino 73 di 7,80m, questi entrobordo. Tutti caratterizzati dall’alta qualità di un’attenta e personale lavorazione artigiana. La tradizione continua.

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