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Raccontare in un’immagine

Tenacia, coraggio di seguire le proprie inclinazioni e un sogno: fare del disegno una professione. Marco Cazzato ce l’ha fatta. Un curriculum denso di successi e nuovi progetti.

Articolo pubblicato il 10 Settembre 2014

Ad alcuni di voi il nome di Marco Cazzato potrebbe non dire nulla, ma anche se non siete appassionati di illustrazione e di arte, di certo vi sarete già imbattuti in qualcuna delle sue opere: se siete lettori de “La Stampa”, avrete notato per anni i suoi disegni a corredo della rubrica di posta domenicale di Massimo Gramellini; se amate il cinema, avrete apprezzato il manifesto per il Torino Film Festival del 2011; se vi piace la musica, invece, le copertine disegnate per i Marlene Kuntz e Le luci della centrale elettrica… e copertine per Einaudi, poster per il Teatro Lirico di Spoleto, lavori per diverse riviste.
In poche parole, Cazzato è uno degli illustratori più importanti del panorama italiano. Abbiamo incontrato per voi l’artista di Racconigi, che da poco più di un anno si è trasferito a Torino.

Come sono stati i tuoi inizi? Cosa è successo dopo aver frequentato il liceo artistico a Cuneo?
È successo che ho lavorato per circa un anno in un supermercato, aspettando di partire per il servizio civile. Volevo continuare a studiare: fin dalla prima liceo, avevo realizzato che avrei voluto disegnare nella vita (all’epoca volevo fare fumetti), quindi cercai corsi e stage; nel frattempo facevo lavori saltuari per mantenermi.

Cos’è la Libera Università Novalia e cosa hai studiato lì?
Era un progetto nato da Novalia Arti Visive, la scuola d’arte di mio fratello Daniele. Purtroppo, all’inizio del secondo anno il progetto naufragò, ma chiesi ad alcuni docenti di continuare a seguirmi: ogni dieci giorni andavo nei loro studi e passavo la giornata con loro. È stata un’esperienza davvero molto formativa, mi ha insegnato, per così dire, il “mestiere”.

Quando hai capito che l’illustrazione sarebbe diventata il tuo lavoro a tempo pieno?
Come dicevo, dalla prima liceo. A dire il vero, ricordo il momento esatto in cui realizzai, leggendo le storie di Paperino, che qualcuno disegnava paperi per professione e pensai che sarebbe stato un gran bel lavoro. Ho fatto alcuni tentativi con il fumetto, ma non scrivo bene e sono troppo individualista per appoggiarmi a uno sceneggiatore. Ho scoperto l’illustrazione e l’ho trovata molto più congeniale: mi consentiva di raccontare attraverso una sola immagine e in più potevo portare avanti la mia ricerca pittorica.

Dal 2008 sei docente del corso di Illustrazione Editoriale presso l’Istituto Europeo di Design di Torino (IED). Come ti trovi nelle vesti di insegnante?
Mi è stata proposta la cattedra e in un primo momento ho esitato: avevo grossi dubbi circa l’essere in grado di insegnare. Poi, dopo le prime lezioni, mi sono reso conto che parlare di ciò che faccio da anni, e di come lo faccio, con i ragazzi funzionava. È stato anche utile per me: oltre allo scambio continuo con gli studenti, ho dovuto in qualche modo “teorizzare” ciò che per anni ho svolto in silenzio, il mio processo di crescita, le dinamiche che mi portano a creare un’illustrazione. Il corso si basa principalmente su prove pratiche, quindi cerco di far crescere in loro un’autorialità e una professionalità che li aiuti ad affacciarsi al mondo del lavoro.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quelli che maggiormente ti hanno ispirato?
Chi più di tutti mi ha spinto verso questo mestiere è stato senza dubbio Andrea Pazienza. Poi Mattotti, Moebius, Pinter, Matticchio e Thole, per restare nell’ambito del fumetto e dell’illustrazione, ma anche registi come Lynch e Jarmusch, coreografe come Pina Bausch o autori come Buzzati, Calvino e Carver hanno influenzato il mio immaginario.

Mood, l’antologia di tuoi disegni uscita per Grrržetic nel 2011, è l’ultimo volume che hai pubblicato. Quali progetti hai in ballo? Libri, nuove collaborazioni, riviste?
Vuoi farmi venire i sensi di colpa? Ne ho già abbastanza, grazie…
Detto questo, dovrei lavorare a un nuovo libro, lo dico da anni, ma sto vivendo una situazione di stallo, una mia piccola palude personale dalla quale non è facile uscire. Dovrei inchiodarmi al tavolo e disegnare fino a farmi sanguinare le mani, ma non lo sto facendo. Uno dei motivi è l’aspetto economico: devo dare la precedenza alle collaborazioni che mi permettono di pagare l’affitto.
Un libro illustrato, oltre a essere un impegno consistente di energie e tempo, non paga molto, almeno in Italia.

Che consigli ti sentiresti di dare a un giovane che volesse intraprendere la tua stessa strada e professione?
A parte evitare le paludi, direi che l’importante è riuscire a difendere e proporre il proprio punto di vista. L’illustratore lavora sempre, o quasi, su commissione: questo non vuol dire che deve piegarsi a realizzare idee di altri, ma portare il proprio immaginario al servizio della committenza. E farsi pagare, sempre. A chi vi propone di lavorare gratuitamente, rispondete dicendo di provare a chiedere all’idraulico di svolgere un lavoro che non avrà compenso, perché il budget non lo permette.

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