ITINERARI

Novalesa, baluardo di fede e cultura

IN VAL CENISCHIA, UNA MANCIATA DI MONACI DIFENDONO UN PRESIDIO DI MEMORIA, FEDE, SAPERE. L’ABBAZIA DI NOVALESA, TRA PREGHIERA E LAVORO, PRESERVA I SUOI 13 SECOLI DI STORIA

Articolo pubblicato il 21 Marzo 2016

Il suono delle campane lo si sente da lontano ed è reso ancora più potente dalle alte pareti dei monti che racchiudono la Val Cenischia, in mezzo alla quale sorge, dal 726 d.C., l’Abbazia dei Santi Pietro e Andrea, detta della Novalesa. Una valle cui la posizione geografica ha assegnato un ruolo strategico nel corso dei millenni, vero e proprio punto nodale per il transito di eserciti, di pellegrini, di monaci e di mercanti da una parte all’altra delle Alpi, in un susseguirsi ininterrotto di scontri e incontri tra culture che hanno tuttavia finito per compenetrarsi e amalgamarsi.
Non è quindi un caso che l’edificio austero, ma non così grande, dell’abbazia sia sorto proprio qui, diventando nel corso del tempo un luogo di ristoro materiale e spirituale per quanti in passato percorrevano la Via Francigena nel tratto dominato simbolicamente dai 3.500 m di altitudine del Monte Rocciamelone.

TRA GLORIA E ABBANDONO

Ad accogliermi nell’edificio è il priore, Padre Paolo Maria Gionta, pressappoco una cinquantina di anni e occhi intelligenti e gentili appena nascosti da lenti che tradiscono una certa miopia. I convenevoli durano pochi minuti.
Giusto il tempo necessario per le presentazioni di rito e subito vengo “affidato” a Padre Giuseppe, giovane monaco di origini calabresi che a Novalesa si occupa di gestire la biblioteca, di accogliere i visitatori e del piccolo negozio. È lui che nel corso della chiacchierata mi illustra in estrema sintesi i 13 secoli di storia del monastero, per poi arrivare a parlare del presente vissuto quotidianamente dalla decina di monaci che vivono in pianta stabile nella struttura.
Nell’arco della mattinata scorrono così davanti ai miei occhi di visitatore curioso le molte vicissitudini di un luogo che è insieme storia e innovazione, passato glorioso e futuro da scrivere: vicende altalenanti, costellate da secoli aurei, quando la Novalesa costituiva un punto di riferimento importante nel panorama religioso europeo, e da periodi bui fatti di decadenza e di abbandono.

DALLA TRASFORMAZIONE AL RESTAURO

Dal luglio del 1973, da quando cioè l’abbazia rinacque a nuova vita grazie al suo acquisto da parte della Provincia di Torino e in essa fecero ritorno quattro monaci benedettini – dopo un’assenza durata molto tempo – le vicende del complesso hanno invece ricominciato a scorrere nel solco della tradizione, accompagnate da un insieme di attività economiche finalizzate al suo sostentamento. Tra queste, oltre alla vendita di prodotti alimentari come il miele o un liquore alla liquirizia molto apprezzato, spicca senza dubbio quella che in qualche modo risulta più connaturata alla storia e alla funzione di conservazione della memoria propria di un monastero: il restauro del libro antico, che nel corso degli ultimi decenni ha contribuito a ridare lustro a Novalesa. Benché la recente crisi del settore e la relativa contrazione del lavoro abbiano finito per colpire questa attività svolta tra le mura del complesso abbaziale, c’è da dire che una visita al laboratorio di restauro rappresenta pur sempre un’esperienza coinvolgente e istruttiva: tra torchi, strumenti e materiali vari, è possibile osservare le abili mani di Valerio, il giovane, laico restauratore, manipolare sapientemente antichi codici (mi viene mostrata una Regola di San Benedetto manoscritta della seconda metà dell’XI secolo) o vecchi libri bisognosi di cure per non soccombere al passare del tempo. Il tutto sotto lo sguardo attento e scrupoloso di Padre Daniele, direttore del laboratorio e uno dei monaci chiamati a far rivivere l’abbazia più di 40 anni fa.

TRA I TESORI DELL’ABBAZIA

Ed è proprio Padre Daniele a guidarmi, subito dopo questa piacevole parentesi tra le carte, in un breve tour tra i tesori del monastero, durante il quale colgo l’occasione per farmi raccontare vecchi e nuovi aneddoti legati a questo luogo in cui la storia ha lasciato tracce tanto evidenti. Cominciamo così con la visita alla piccola Cappella dei Santi Eldrado e Nicola, la più “appartata” tra quelle presenti negli spazi boscosi circostanti il monastero (le altre cappelle sono quelle di San Salvatore, di San Michele e di Santa Maria): l’interno è minuscolo ed è impreziosito da un ciclo di affreschi ottimamente conservati, risalenti alla fine dell’XI secolo, tra i quali spicca l’abside occupato dalla figura del Cristo Pantocrator, dai colori vividi.
Pochi passi all’aria aperta e siamo nel chiostro, elegante e ben mantenuto, che reca sotto il portico un affresco del 1100. È infine la volta della chiesa abbaziale, la cui struttura risale al XVIII secolo, ma che ospita alcuni resti del primitivo impianto riferibili ai secoli VIII-IX. Ciò che tuttavia cattura lo sguardo dell’osservatore è l’affresco (XI secolo) che raffigura la lapidazione di Santo Stefano, sopravvivenza di una porzione dell’edificio d’epoca medievale emersa a seguito di ricerche archeologiche condotte anni fa.
Che la mattinata e la mia visita stiano però per concludersi, io e il mio interlocutore lo capiamo dal suono delle campane che di colpo riempie l’aria: è il rintocco che chiama i monaci alla preghiera delle 12.15 (la “sesta”) che si recita all’interno della chiesa.
A questo punto resta solo il tempo per ringraziare e salutare chi mi ha accompagnato alla scoperta del monastero.
Percorrendo a ritroso la strada lungo la Val Cenischia non riesco a non pensare a quanti secoli sono trascorsi dal momento della fondazione di questo bel complesso religioso, il quale, nonostante tutto, è riuscito a superare molti momenti di difficoltà nel corso della sua lunga storia, grazie soprattutto a una solida tradizione capace di assicurarne ancora oggi la sopravvivenza.


PER OSPITI E PELLEGRINI

La biblioteca dell’abbazia conta circa 30.000 volumi di epoche diverse, tra cui alcune cinquecentine. Inoltre, nel monastero è presente un Museo del Libro che, come il complesso in cui è inserito, è visitabile in base agli orari e ai periodi riportati sul sito (www.abbazianovalesa.org). L’Abbazia della Novalesa consente anche, ai laici, di trovare ospitalità al suo interno. Il periodo di permanenza è variabile e va concordato con i responsabili del monastero. L’ospitalità prevede un’offerta libera e l’osservanza delle regole (preghiera e lavoro) valide per i monaci. L’attuale congregazione che gestisce il complesso (facente parte della grande famiglia dell’ordine benedettino) è quella sublacense-cassinese.


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