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STORIA E STORIE

Storia di dovizia “certosina”

FONDATO IN FRANCIA NELL’XI SECOLO, L’ORDINE CERTOSINO SI DIFFUSE IN ITALIA A PARTIRE PROPRIO DAL PIEMONTE E DAL CUNEESE. UNA PRESENZA CHE IMPRESSE INDELEBILI TRACCE DI ARTE E ARCHITETTURA.

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Articolo pubblicato il 21 marzo 2016

Il monaco e cronista Rodolfo il Glabro narrò come, dopo aver passato indenne le catastrofiche previsioni dell’anno 1.000, L’Europa si coprì di un bianco manto di chiese.
Il Cuneese ne è una prova evidente: dal piano alle valli si erigono cappelle, chiese, santuari, abbazie, monasteri. Tra tutti gli ordini religiosi che contribuirono a tale fenomeno, capace di lasciarci straordinarie tracce di arte storia e misticismo, quello Certosino fu senz’altro uno dei più prolifici in questo senso.
L’Ordine Certosino fu fondato da San Brunone di Colonia nell’XI secolo, a seguito della sua esperienza con i monaci eremiti-alpestri che facevano capo alla Grande Chartreuse (Carthusia-Certosa) presso Grenoble, situata su un massiccio alpino del Delfinato francese.
Invitato da papa Urbano II a praticare le sue meditazioni in Calabria, presso Serra San Bruno nel 1091, ivi morì il 6 ottobre 1101. Le sue intuizioni, tuttavia, superarono secoli e difficoltà giungendo fino ai giorni nostri. Importante è notare come il Piemonte e in particolare proprio il nostro il Cuneese, fu la terra da cui i Certosini partirono nella loro diffusione sul territorio italiano.

LA CERTOSA DI PESIO

La Certosa di Pesio, o di Santa Maria d’Ardua, si trova a circa 850 m di quota nell’alta valle che prende nome dall’omonimo corso d’acqua, il cuore del Parco Naturale del Marguareis. La valle fa parte delle Alpi Marittime Orientali e si rivela essere non lunga in estensione: solo 10 km separano, infatti, il grandioso complesso dal capoluogo di fondovalle, Chiusa di Pesio.
La fondazione risale al 1173, per donazione di alcune terre dai Signori di Morozzo, con il consenso forse non proprio convinto dei valligiani ivi residenti. L’ordine di riferimento fin dall’inizio fu quello Certosino e il primo priore, che portava il nome di Uldricus, fu affidato l’incarico di far erigere la chiesa della comunità, dedicata alla Vergine Maria e a San Giovanni Battista.
L’edificio è caratterizzato da un grande chiostro con un porticato colonnato di 250 m. Lo stile delle colonne e dei capitelli più antichi era quello romanico, in uso ai tempi, ma tutto fu più volte rimaneggiato. Qui si trovavano le celle dei monaci: stanze piccole e disadorne, con una cantina, un orticello e un pozzo.
Tutto il complesso evidenzia varie costruzioni articolate. La chiesa abbaziale superiore è posta su quella primaria del XII secolo. Si conserva ancora la Cappella del Priore e le trasformazioni, avvenute più volte nel corso della storia, hanno esaltato la grandiosità del monastero.
Tuttora è visibile un affresco del XV secolo, oltre a quelli della volta della Chiesa dell’Assunta, opera seicentesca di Jan Claret e di Antonio Parentino.
La preziosa presenza dei Certosini, che contribuirono allo sviluppo di agricoltura e pastorizia e alla conservazione del patrimonio boschivo, non fu molto apprezzata dagli abitanti della valle, che spesso si ritenevano defraudati di diritti e possedimenti. Già nei secoli XIII e XIV si verificarono aspri contrasti e veri e propri assalti alla certosa, che dopo essere stata abbandonata una prima volta nel 1350, vide il ritorno dei frati solo agli inizi del secolo successivo.
Dispute e rivolte popolari non cessarono mai, come nel 1509 e per tutto il XVII secolo, tanto che spesso fu necessario l’intervento del Duca di Savoia per ripristinare l’ordine.
Più grave fu l’abbandono in seguito all’abolizione degli ordini monastici voluta da Napoleone, con danneggiamento e vendita all’asta di tutti i beni. Gli arredi religiosi furono dispersi – ad esempio, parte dell’antico coro ligneo si trova tuttora quale abbellimento sul pulpito della Parrocchiale di Limone Piemonte – e ulteriori saccheggi e atti di vandalismo degradarono il complesso.
A metà del XIX secolo, dopo l’acquisto da parte di privati, la certosa fu convertita in stabilimento idroterapico, ma dal 1934 i Padri Missionari della Consolata di Torino avviarono il restauro e la conservazione, tuttora in atto, della meravigliosa struttura religiosa.
A breve distanza dalla certosa, sulla sponda sinistra del Pesio, si trova una lunga costruzione in pietra, trasformata da molto tempo in cascina.
Si tratta della antica Correrìa, l’unità edilizia abitativa e produttiva con chiesa annessa dove vivevano i cosiddetti “conversi”, laici che supportavano i Certosini nella vita pratica. Ma anche altre importanti strutture, tuttora esistenti, facevano parte dei possedimenti della certosa.
Poiché la sopravvivenza economica della comunità monastica non poteva basarsi solo sulle prime donazioni in alta valle, ben presto altre elargizioni ed acquisti vennero a garantirne l’esistenza: terre e relativi edifici, detti “grange”, situati verso la pianura – nei dintorni di Chiusa, Forfice (Peveragno), Beinette e Cuneo.
Di particolare importanza sono le tenute per il soggiorno invernale di capi di bestiame all’antico Villasco-Tetto, poi Tetti Pesio e San Pietro di Noce Grossa, Torre Valdieri-Torre dei Frati.
Residenze fornite di rustici, granai, stalle, abitazioni e anche di loggiati, chiese interne e di locali più confortevoli, dotati di affreschi sulle facciate e all’interno, come una Madonna in trono con Gesù Bambino (fine secolo XV ).

CERTOSA-CASTELLO DI CASOTTO

Il complesso architettonico è situato a una trentina di km in linea d’aria da quello di Pesio, vicino a Pamparato e in una valle laterale al fiume Tanaro, separata da una colletta dal Comune di Garessio, a cui appartiene.
Risale al 1172 la donazione, ancora per opera dei Signori di Morozzo, di una cella e una chiesa dedicata a Santa Maria di Casotto, all’Ordine Certosino. Recenti studi dello storico Rinaldo Comba hanno chiarito che si trattò probabilmente della dedicazione di qualche piccolo edificio già esistente, che venne occupato da monaci. Questo precedette la costruzione della certosa vera e propria e, quasi sicuramente, la fondazione dei due monasteri fu indipendente, anche se, in seguito, l’appartenenza allo stesso ordine monastico favorì lo stretto legame che venne a crearsi tra le due strutture.
Testimonianze contenute in vari atti riportano notizie su numerosi incendi (1380 e 1546) e ricostruzioni (1427 e 1698), anche se la costruzione nel XII secolo consisteva tuttalpiù in rovine di muri perimetrali e un loggiato. Solo verso la metà del XVIII secolo, l’architetto Bernardo Vittone pose mano alla trasformazione che ha portato alle forme attuali. Dopo l’epoca napoleonica, la residenza fu acquisita da Carlo Alberto nel 1837 e venne destinata a castello di caccia. Vittorio Emanuele II e i suoi figli ne amarono molto sia le forme baroccheggianti all’esterno, sia lo stile più domestico e rasserenante all’interno, con i letti a baldacchino, gli arredi di foggia singolare, i grandi forni e i camini. Il castello appartiene ora alla Regione Piemonte.
Anche per Casotto esistevano numerose costruzioni accessorie, quali correrìa ed essiccatoi.
Le grange dipendenti, donazioni duecentesche del Vescovo di Asti e ancora dei Morozzo, sono tuttora visibili a Consovero, presso Montanera, con importanti tenute di pianura. Fra queste spicca la cosiddetta “Fabbrica”. Nell’anno 1569, Pio V concesse ai monaci di spostare qui la certosa e, a tale scopo, furono mobilitati architetti e maestranze milanesi.
Il risultato fu un edificio straordinario, dotato di dipinti, vasti ambienti, celle, chiesetta e persino un piccolo chiostro con loggiato di pura foggia rinascimentale inedito per le terre piemontesi. Lo stesso papa rimandò poi i monaci a Casotto una decina di anni dopo.

© [UNICO] people&style 2016

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