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L'INTERVISTA IMPOSSIBILE

Pane di bosco

Sweet chestnuts in the garden at La Quinetire

Articolo pubblicato il 10 settembre 2014

Me ne sto bella tranquilla, nel mio protettivo guscio spinoso, detto comunemente “riccio”, fino ad autunno, appesa ai rami frondosi e ampi dell’albero che mi porta e di cui, di conseguenza, prendo il nome.
Ce ne sono tanti, specie in provincia di Cuneo, nelle vallate e nelle zone di fondovalle. Sono comuni nel nostro paesaggio, ma sempre gradita è la loro ombra che rinfresca dalla canicola dell’estate, mentre io dolcemente maturo osservando ciò che succede nella stagione calda. E sono tante le persone che spesso vengono a riposare, pranzare, passare qualche ora di relax sotto i rami dove “abito”. Sempre più numerose, specie ora che “l’esodo” delle vacanze estive pare un piacevole e malinconico ricordo dei tempi passati e sereni, seppellito sotto la crisi economica provocata dai “rigori luterani” degli Stati del Nord Europa – in realtà pensano di guadagnarci a nostre spese, ma non è così: ci perdiamo tutti.
Già, però non sapete ancora chi sono, anche se di certo mi conoscete e vi sono ben nota: la castagna e l’albero di cui parlavo è, ovviamente, il castagno. Una curiosità: benché la presenza di questa pianta sia particolarmente diffusa nel Nord Italia, la più grande di tutte si trova in Sicilia, nel Parco dell’Etna. Pare abbia oltre 2.000 anni (qualcuno dice persino 4.000) ed è considerato l’albero più antico d’Europa, oltre al più grande d’Italia. La circonferenza del tronco, infatti, è di ben 22 m ed è altrettanto alto.
Come tutto ciò che ha a che fare con la vita quotidiana del popolo, non manco di essere protagonista di storie e leggende. Perlopiù riguardano il mio ispido involucro. Secondo una di queste, “una volta” le castagne ne erano prive. Erano semplicemente appese ai rami, come per tante altre specie. Un giorno tre frutti decisero che non volevano più patire né il caldo estivo né i rigori invernali, perciò si rivolsero al castagno più vecchio del bosco che consigliò loro di chiedere ai ricci della foresta se fossero stati disposti a donare la pelliccia dei compagni morti. Così fu fatto dai generosi animaletti: le castagne si avvolsero nello strato pungente e da allora ebbero il “riccio”.
Un’altra racconta degli abitanti di un poverissimo paese di montagna, che invocavano Dio per ottenere qualcosa da mangiare e non morire di fame. Il Signore accolse le preghiere di quella umile gente e diede loro il castagno, dal quale ricavare frutti nutrienti e da consumare in diversi modi. Ma il diavolo, venuto a conoscenza del fatto, avvolse le castagne in un guscio spinoso e impenetrabile perché non potessero essere raccolte. I paesani tornarono a implorare Dio che, sceso tra loro, benedisse i frutti e i gusci fitti di aculei, per miracolo, si aprirono formando una croce… cosa che avviene ancora ora.
Passando dalla leggenda alla storia, è vero che la vita delle genti delle vallate cuneesi, specie quelle del Monregalese, è strettamente legata a me da secoli. Le prime testimonianze di castanicoltura risalgono al periodo a cavallo tra il XII e il XIII secolo, mentre la documentazione si fa più ampia e specifica nei secoli successivi, con tutele previste negli statuti comunali e registrazioni sulla produzione locale.
Venivo consumata fresca, ma soprattutto in alcune aree come la Valle Tanaro, anche essiccata secondo un procedimento che si tramandava di padre in figlio. Mi si chiamava (e il nome è rimasto) garessina, con riferimento al comune di Garessio, dove la produzione della castagna bianca, praticamente disidratata, era particolarmente diffusa.
Costituivo non solo l’alimento principale nel sostentamento delle famiglie contadine montanare, ma anche un’importante fonte di reddito.
Fin dal XVI secolo, il mercato di Cuneo fu uno dei principali per la compravendita che mi riguardava, diventando di livello europeo, e la Fiera di San Martino (11 novembre) era il momento degli affari migliori: venivo valutata allo stesso prezzo delle uve, il che è tutto dire. Vi erano pure altri mercati a me dedicati, anche se minori per importanza e volume d’affari, come quello di Venasca, in Valle Varaita, che risale al 1528.
Agli inizi del XX secolo, in Piemonte, ero prodotta in ben 550.000 q, dei quali 350.000 solo nella provincia Granda. Alla luce della mia importanza nell’economia del Cuneese, negli anni ’30 venne organizzata la Fiera del Marrone in Piazza Galimberti, come evento collaterale all’annuale mercato della castagna, che si svolgeva in Via XX Settembre. Con la guerra, la manifestazione fu abbandonata e riprese solo nel 1999, in concomitanza con la diffusione di un rinnovato interesse verso di me, dopo gli anni della “ricostruzione” e del mio abbandono, anche per lo spopolamento delle zone di coltura.
Ed è una buona cosa, poiché sono sempre stata un’ancora di salvezza per le popolazioni più disagiate alle quali ho fornito nutrimento, spesso l’unico… E, a bene vedere, da come stanno andando le cose, temo che i poveri, in futuro, saranno sempre più numerosi, ma io, la castagna, per loro ci sarò sempre; a meno che l’Europa non si inventi qualcosa anche su di me.

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