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L'INTERVISTA IMPOSSIBILE

Palle… da golf

pallagolf

Articolo pubblicato il 28 maggio 2016

Il piccolo corpo bianco corre rallentando progressivamente sull’erba rasata, come di velluto, e vicino alla meta, la buca, si ferma a circa un centimetro. Vedere la delusione dell’uomo che ha effettuato il colpo è un caleidoscopio di emozioni: rabbia, stupore, delusione, frustrazione.
Però, per me, la piccola sfera bianca (ma ci sono anche mie sorelle azzurre, gialle, arancioni, rosse, persino rosa o violetto e di un madreperlato molto trendy), è anche una piccola soddisfazione. Perché sono alquanto dispettosa e ne ho ben ragione, visto che mi trattano malissimo, colpendomi con inusitata violenza per farmi volare lontano e dove vogliono loro. Loro chi? I giocatori.
E io sono la pallina da golf, l’oggetto più minuscolo di questo sport.
Credono di aver sbagliato, di aver fatto hook o slice (dare un effetto a sinistra o a destra). In verità sono io che vado dove mi pare, anche quando il golfista può sapere esattamente dove mandarmi, essersi esercitato a lungo, aver studiato strategie. Ma, in realtà, sono io che decido la mia traiettoria. Solo l’amico vento mi convince a svolazzare, per una volta dolcemente, fra le sue spire. Ogni tanto (abbastanza spesso) gioco a nascondino – in fondo sono sempre cucciola – sotto le foglie e nell’erba alta. Se i miei “proprietari” mi sono simpatici, mi faccio trovare; se no, me ne sto bella accucciata finché non mi scova qualcun altro che, spero, mi apprezzi di più. Se non capita, ci sono sempre tanti posti in un campo dove scomparire per un po’. Male che vada mi faccio un bagnetto in uno dei tanti laghetti del percorso: d’estate, credete, è una cosa piacevole, come andare al mare.
Le mie origini sono antiche e, come anche per il gioco del golf, alquanto incerte, vista la scarsità di informazioni. Sono scozzese, della costa dell’Est.
In origine ero di legno duro, faggio o bosso, e fui usata così dalla metà del XV fino al XVII secolo. Di questo genere erano le mie antenate utilizzate dai primi giocatori, nel primo campo di cui si ha testimonianza, all’inizio del XVI secolo.
Non è il notissimo St. Andrews, tempio consacrato a questa disciplina, bensì il Royal Oldest Golf Club di Musselburg, presso Edimburgo. Esiste ancora.
È in mezzo ad un ippodromo e, la domenica, le corse di cavalli hanno la precedenza: bisogna aspettare che finiscano. Qui si tennero le prime gare, su un percorso di 7 buche, e stabilite le prime regole. Si tramanda anche una curiosa leggenda. Pare che nei primi anni del XIX secolo, il green keeper, stufo di dover fare le buche con la vanga – che poi gli venivano anche male – pensò di andare da un amico che aveva una ferramenta, per farsi dare un qualcosa utile a tal scopo. Il fabbro gli diede un pezzo di grondaia alla quale l’uomo attaccò un manico. Si accorse di impiegare meno tempo e di fare hole regolari. La voce giunse a St. Andrews, che nel frattempo era diventata il “centro” del golf, e qui codificarono il diametro della buca in 10,8 cm, cioè quello della “grondaia di Musselburg”.
Tornando a me, subii una notevole evoluzione.
Dal 1618 venivo realizzata in cuoio con l’interno in piume pressate: ce ne stavano tante quante in un cappello a cilindro.
Sorprendente vero? Ero durissima e carissima. Due secoli dopo, forse ad opera di Robert Adam Paterson, venni prodotta in guttaperca, il lattice di un albero della Malesia. Ero diventata più resistente all’acqua e più longeva, oltre che economica.
Ma nel gioco mi scalfivo.
Nel 1908 si accorsero che più la mia superficie era incisa più volavo lontano. Avevano scoperto l’utilità dei dimples, le fossette che oggi mi ricoprono esternamente.
Il segreto sta nella fisica (eh sì, ci vuole una “fisica bestiale”, anche solo per giocare), in particolare nel cosiddetto “effetto Magnus” sui fluidi e nel “teorema di Bernoulli”. Per farla breve: se fossi liscia in volo avrei una resistenza frontale molto alta oltre molti vortici laterali e nella parte posteriore, il che mi rallenterebbe. Le fossette fanno si che volando io possa anche roteare, il che riduce la turbolenza, aumenta la portanza e mi fa andare più lontano. Così da allora noi palline abbiamo i dimples: da 300 a 500.
Coburn Haskell, un golfista di Cleveland, in Ohio, con Bertram Work della B.F. Goodrich Company, pensò di farmi con un filo di caucciù arrotolato su un nucleo solido e, a partire dal 1900, venni rivestita in balata, altro lattice più resistente. Nel 1932 l’United States Golf Association stabilì la mie dimensioni: 1,68 pollici (42,67 mm) di diametro e 1,62 once (45,93 g) di peso.
Adesso siamo una bella famiglia, tutte simili, ma con tante piccole differenze: col nucleo duro, morbido o liquido; in due, tre, anche quattro, pezzi, per rispondere alle esigenze dei vari giocatori. Ci piace ancora, però, scherzare e continuiamo a non farci trovare apposta, ogni tanto. Abbiamo anche una passione: la velocità. Nel 2007 il canadese Jack Zuback ha fatto “viaggiare” una di noi a 328 Km/h; fortunata, si è divertita un mondo! Però non ditelo alla “Stradale” che ci toglie la patente a tutte e non è più bello…

© [UNICO] people&style 2016

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