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L’uomo ragno dai nervi saldi

UN ARRAMPICATORE NON “SOCIALE”, MA DI PROFESSIONE: L’UOMO CHE SFIDA LA GRAVITÀ E LA FISICA SI CHIAMA STEFANO GHISOLFI. È TORINESE E PROMETTE GRANDI SODDISFAZIONI PER I COLORI NAZIONALI

Articolo pubblicato il 28 Maggio 2016

Il 2020 non è così lontano e possiamo già darvi un appunto per le Olimpiadi che si terranno tra quattro anni. Segnatevi questo nome: Stefano Ghisolfi.
Se tutto andrà come deve, una nuova disciplina olimpica regalerà emozioni sportive: lui è il numero uno d’Italia, tra i primi dieci al mondo, nel settore dell’arrampicata sportiva.
Il ventitreenne torinese negli ultimi anni ha bruciato le tappe, partecipando già all’età di 16 anni alle prime gare di Coppa del Mondo, fino a conquistare il suo primo podio nella categoria lead nel 2012, dopo cinque anni di astinenza dei colori italiani.
Ma l’arrampicata non è solo una questione di gare e titoli: è una sfida costante con se stessi, sempre guardando al di sopra, cercando di migliorarsi, di infrangere barriere e aprire nuove vie. Stefano l’ha fatto e continua a farlo, spinto dalla forza delle sue braccia, che sollevano i suoi quasi 60 kg verso l’alto.

COME NASCE UN “CLIMBER”.

“Praticavo sport già dall’età di sei anni: io e mia sorella andavamo in bici, dal momento che mio padre è maestro di mountain bike. Un giorno a 11 anni, a margine di una di queste gare in Valle D’Aosta, ci hanno fatto provare a scalare un diga, su una parete attrezzata: mi è piaciuto subito, mi sono trovato a mio agio e non avevo paura. Ho deciso di iscrivermi a un corso di arrampicata in una palestra a Torino ed è iniziato il mio percorso”.
Stefano si dimostra talentuoso, appassionato, e la sua carriera agonistica inizia prestissimo: alla fine del corso base partecipa alla prima piccola gara in palestra, arrivando secondo nella categoria “Promozionale”. Una gara che era parte di un circuito, a cui Stefano decide di dare seguito,
qualificandosi per la finale nazionale giovanile, vincendola.
L’arrampicata prevede diversi contesti, artificiali o naturali, e nelle gare le discipline sono differenti (lead, boulder e speed). Stefano è poliedrico e ottiene i migliori risultati nel lead, che diventa la sua attività principale. Oggi arrampicare è il suo lavoro. “Faccio questo a tempo pieno:
è il mio lavoro e la mia passione. Mi alleno per partecipare alle varie gare: ogni anno ce ne sono circa otto di Coppa del Mondo. Poi viaggio tra Europa e Asia, e partecipo alle gare italiane”.
Ha vinto cinque volte consecutive la Coppa Italia, oltre ai titoli nelle diverse specialità del Campionato italiano.

ARRIVARE AL TOP

Senza paura di sbagliare, possiamo dire che Stefano è oggi il “numero uno” in Italia e rientra nella top ten degli atleti mondiali. Si allena con Roberto Bagnoli, che da Firenze lo segue in maniera telematica, con schede di allenamento ed esercizi, il resto sono ore passate ad allenarsi.
“Il mio modello è Christian Core, anche lui Fiamme Oro, che nel boulder ha vinto Mondiali, Coppa del Mondo ed Europeo”.
Ma non ci sono solo le gare: Stefano è negli annali dello sport per aver aperto, il 2 novembre 2015, la via di arrampicata sportiva che oggi in Italia ha il maggior grado di difficoltà, il “9b”.
“È successo subito dopo il campionato italiano di boulder: la gara mi era andata abbastanza male e il lunedì successivo sono andato a scalare ad Andonno (in Valle Gesso, nelle Alpi Marittime cuneesi). Ero stanco, ma la motivazione mi ha permesso di fare la via che provavo da un po’ di mesi”. In questo caso parliamo di falesia, pareti rocciose in ambiente naturale, uno dei tanti modi di declinare questa affascinante disciplina, che permette di scoprire luoghi incontaminati e stupendi, dove gli appassionati mettono alla prova se stessi sulle verticalità naturali.
La falesia permette anche una certa longevità degli atleti, che mediamente intorno ai 30 anni lasciano il mondo delle gare nazionali e internazionali, per dedicarsi a sfidare nuove vie.

CONCENTRAZIONE… APPESA A UN CAVO

A cosa si pensa quando si sta sospesi nel vuoto con due dita che ti reggono e l’appiglio più vicino non è a portata di braccio?
“L’ideale è non pensare, staccare la testa dai pensieri e lasciarsi trasportare dal movimento, perché basta un minimo errore per cadere – racconta Stefano. – Dal momento in cui rimani appeso, il tentativo finisce e la gara è conclusa. Non è semplice estraniarsi e non pensare a come sono andati gli altri o al vincere la gara: io penso, presa dopo presa, a quello che devo fare”.
La vita di un atleta richiede spesso sacrifici, ma Stefano è fortunato, perché deve badare relativamente poco all’alimentazione. Impegnato in media con uno o due allenamenti giornalieri, unisce una piccola parte di potenziamento alla pratica sul campo.

Tra le curiosità biografiche anche la partecipazione a uno show americano davvero spettacolare, il Ninja Warrior, in cui atleti di tutti i continenti si sfidano su percorsi sospesi, al limite dell’umano (vedere video sul web per credere).
“Nel 2014 ho ricevuto una telefonata, in cui mi chiedevano di partecipare con il team europeo, per sfidare gli americani e i giapponesi: abbiamo vinto! Ho ripetuto l’esperienza anche nel 2015”.
E Stefano ha già individuato una nuova via da sfidare in quel di Roma, con un pensiero rivolto ai cinque cerchi che potrebbero attenderlo nel 2020.

© [UNICO] people&style 2016

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