L'INTERVISTA IMPOSSIBILE

Luigi Einaudi: il presidente

Articolo pubblicato il 7 Marzo 2014

Certo, se vedesse cosa accade nel Parlamento italiano in questi giorni, Luigi Einaudi avrebbe molti motivi di amarezza. E ancora di più li avrebbe a vedere come le sue profonde convinzioni si siano trasformate nel neoliberismo “fanatico” che domina la scena politica, specie di quell’Europa di cui fu fautore quando firmò il “Manifesto di Ventotene”, insieme ad altri intellettuali del calibro di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Era un liberista convinto che le libertà economiche e civili fossero interconnesse: per lui non esistevano le une senza le altre. Si era formato sull’insegnamento degli economisti classici inglesi, John Stuart Mill e John Locke su tutti, e nutriva una profonda ammirazione per Cavour, così come per la migliore tradizione politica subalpina. Il suo pensiero economico assunse valori etici e comportamentali, ritenendo che la vita fosse lotta e sacrificio e che la concezione statalista portasse a forme di parassitismo e corruzione. Ma fu critico anche verso quei settori produttivi che scaricano sui consumatori (e oggi sovente sullo Stato) il peso della loro inefficienza. Einaudi esalta la libertà di iniziativa, l’individualità, il pragmatismo di matrice anglosassone, ma in una concezione quasi “calvinista” dell’operare umano. Il liberalismo favorisce l’autorealizzazione dell’individuo, basata sulla meritocrazia e sulla competizione, che per lui, tuttavia, è elemento di progresso duro ma efficiente, in quanto i protagonisti sono obbligati ad assumersi le responsabilità dei propri successi e e dei propri fallimenti senza pesare sugli altri. Ne deriva un netto rifiuto dello stato assistenziale, ridotto a istituzioni minime assolutamente trasparenti, con leggi chiare, procedimenti “facili” e vicino al cittadino. Per questo riteneva che la struttura federalista fosse ideale. Principi discutibili, ma con elementi di positività; gli esiti che abbiamo sotto gli occhi, però, sono ben lontani dagli auspici dello statista cuneese, creando, invece, disuguaglianze e povertà difficilmente tollerabili. Così, forse oggi ripenserebbe la teoria finanziaria, allora rivoluzionaria, proposta el saggio del 1912. Concetti di reddito imponibile e sistema di imposte sul reddito consumato, che prevedeva da parte dello stato un prelievo a tutti i cittadini di un’imposta sul reddito prodotto da salari o altre attività, beni immobili e di capitale e articolata su un’aliquota variabile. Insomma, è la base che porterà all’odierna dichiarazione annuale del reddito delle persone fisiche. Probabilmente non immaginava né aliquote della portata attuale né la questione della diffusa e pesante evasione fiscale. Einaudi nasce a Carrù il 24 marzo 1874, da una famiglia originaria della Valle Maira. Il padre, Lorenzo, è concessionario della riscossione delle imposte. Nel 1888, rimasto orfano, si trasferisce a Dogliani, paese natale della madre, Placida Fracchia. A soli 21 anni si laurea in giurisprudenza a Torino. Nel capoluogo piemontese inizia la sua precoce carriera universitaria con la cattedra di Scienza delle Finanze, passando poi, nel 1904, alla Bocconi di Milano. Accanto all’attività accademica, che culmina nella breve esperienza di rettore dell’ateneo torinese nel 1943, affianca quella di giornalista. Collabora a “La Stampa” e al “Corriere della Sera”; è direttore della rivista “Riforma sociale” e, alla chiusura di questa da parte delle autorità fasciste nel 1935, fonda l’anno successivo la “Rivista di storia economica”, attiva fino al 1943. Nel 1919 entra in Senato su proposta di Giolitti; inizia così la sua carriera politica che, dopo la parentesi del Fascismo, si svilupperà negli anni della ricostruzione. Dal 1945 al 1948 è governatore della Banca d’Italia, poi Ministro della Finanze e del Bilancio nel IV governo De Gasperi. L’11 maggio 1948 diventa il secondo Presidente della Repubblica e su di lui, pur liberale con simpatie monarchiche, convergono pure i voti dei comunisti. Da questa esperienza, nasce l’interessante volume Lo scrittoio del Presidente. Si spegne a Roma all’età di 87 anni, il 30 ottobre del 1961. Viene sepolto a Dogliani, dove amava passare l’estate e dove aveva sempre curato l’azienda agricola di famiglia. Nelle motivazioni della laurea honoris causa di cui fu insignito nel 1955 ad Oxford, si legge: “Egli è oggi la più rispettata di tutte le figure d’Italia e agli occhi degli stranieri simboleggia il risorgere di un Paese che, dopo vent’anni di dittatura e i grandi disastri della guerra, ha ritrovato il suo posto fra le nazioni libere del mondo”. Cerchiamo di mantenerlo.

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