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STORIA E STORIE

La Torino di Gipo, mio padre

VALENTINA FARASSINO RICORDA IL PADRE E IL LEGAME CON TORINO: UN UOMO, UN ARTISTA, UNA LINGUA. LO “CHANSONNIER” CHE CANTAVA I BARRIERANTI, IL GUASCONE ANTIBORGHESE CHE AMAVA LA SUA CITTÀ

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Articolo pubblicato il 28 maggio 2016

“Sono un patriota: della settima Circoscrizione Città di Torino, nato in barriera, cresciuto e rimasto tale. (…) Viaggi, cultura, esperienze accumulate (tante) non hanno minimamente intaccato la corteccia di ribelle anarcoide, un po’ guascone, un po’ romantico che fascia il tronco di tutti quelli che sono nati e cresciuti in mezzo ai temporali. Io sono uno di quelli. (…) Amo scrivere e cantare di loro: personaggi veri o immaginari di quelle barriere. (…) Sempre loro, sempre barrieranti. Il sangue non mente.”
Sono parole tratte dall’introduzione di Frammenti di Barriera, il libro in cui Gipo Farassino racconta la sua anima più vera. Da qui, dalle case di Barriera di Milano, il quartiere torinese popolare per eccellenza, a poca distanza dal Balon e Porta Palazzo, ha inizio la storia di questo chansonnier, scrittore, autore teatrale, attore, ma soprattutto torinese “doc”. Esattamente da una casa di ringhiera di via Cuneo 6: qui Gipo nacque l’11 marzo 1934. E qui, al 6 ëd via Coni (come recita il titolo di una sua canzone) ci dà appuntamento la figlia Valentina per incontrare la Torino di Gipo Farassino.

Perché tuo padre Gipo è rimasto così legato alla Barriera?
La Barriera di Milano per lui è stata una palestra di vita. Ai suoi tempi si cresceva per strada, si imparavano le leggi dalla strada.
Poi, in Barriera, c’era un senso di familiarità e di solidarietà che univa i suoi abitanti, come in pochi altri luoghi di Torino.

Dal quartiere natìo allarghiamo lo sguardo: qual era il sentimento di Gipo nei confronti di Torino?
Amore innanzitutto, espresso in canzoni come La mia città o Mè cit Turin. A lui, tuttavia, non andava giù la mentalità del bogianen. Non sopportava il fatto che i torinesi si sentissero cugini “sfigati” dei milanesi. “Torino se vuole se la mangia Milano”, era solito dire, non per livore antimeneghino, ma per spronare i suoi concittadini a tirare fuori le proprie potenzialità.

Cosa aveva Gipo di profondamente torinese?
Tutto. In particolare, un aspetto mi piace approfondire: il dialetto. Aveva un interesse e un rispetto filologici per quella che considerava la lingua piemontese. Il suo torinese è stato studiato dall’Accademia dei Poeti, dal Centro Studi Piemontesi e ne è stata riscontrata la purezza. Amava Pavese, era amico di Arpino.
Inoltre, il teatro con Massimo Scaglione: papà cominciò a collaborare con lui quando lasciò la compagnia di Macario. Come Scaglione, voleva nobilitare il teatro torinese sulla scia di quanto, per esempio, fece Gilberto Govi a Genova. Il primo spettacolo, alla fine degli anni ’60, ebbe ben 250 repliche. Iniziò, così, un sodalizio quarantennale.

Da buon torinese amava la cucina?
Il suo piatto preferito erano gli agnolotti con il ragù. Era, poi, un estimatore di vini.

C’è qualche locale a cui era particolarmente affezionato?
Sicuramente l’osteria Il Grappolo di Via Scarlatti, sempre in Barriera: qui, tra una partita a carte e un bicchiere di vino, si rivivono ancora oggi le atmosfere che si respirano ascoltando le sue canzoni.

Parliamo di amicizie. Quali erano i suoi amici torinesi?
Le sue amicizie più vere sono maturate sul fronte privato, fuori dall’ambiente artistico.
Ci tengo, tuttavia, a ricordare il suo rapporto con Giampiero Boniperti: ti racconto un aneddoto. Gipo era tifoso bianconero. Lui e Boniperti condividevano un rito scaramantico. Quando l’allora presidente della Juventus andava a vedere le partite con mio padre, voleva che si sedesse alla sua destra perché era convinto che gli portasse bene. Era obbligatorio!

Negli ultimi anni tuo padre strinse rapporti artistici con esponenti della nouvelle vague della musica torinese: dai Mau Mau ai Subsonica e agli Africa Unite. Ce ne vuoi parlare?
L’occasione è stata l’impegno di questi gruppi alla nascita della Fondazione “Caterina Farassino” (fondazionecaterinafarassino.it).
All’indomani della scomparsa di mia sorella, papà ha fermamente voluto realizzare questa fondazione, attiva in iniziative a favore dei bambini in difficoltà. I musicisti torinesi hanno risposto all’appello di Gipo: lui era molto contento, gli piaceva frequentare gli amici di mia sorella Caterina. E loro hanno riconosciuto in Gipo una persona diversa dall’immagine proposta
dai media negli ultimi anni.

Cos’ha lasciato Gipo a Torino?
La sua musica, la sua arte. Il suo amore. Tutto questo è anche raccontato in un film documentario, Gipo, lo zingaro di Barriera di Alessandro Castelletto, che sarà probabilmente presentato al prossimo Torino Film Festival. Il film è prodotto dalla Fondazione “Caterina Farassino” e il ricavato andrà a sostegno di nuove iniziative per l’infanzia. Come avrebbe voluto Gipo.

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