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Io, il papà della 200ª medaglia d’oro italiana ai Giochi Olimpici

MAURO BASILE LAVORA A LAGNASCO (CN) E AL GIANET'S PUB SI SENTE A CASA: «UNA GIOIA INDESCRIVIBILE, MA LA NOSTRA FAMIGLIA É SEMPRE LA STESSA».

Nel cortile del castello di Lagnasco

Articolo pubblicato il 11 novembre 2016

Un giorno sei il papà di un giovane atleta di judo, ricco di talento e dalle grandi prospettive. Il giorno successivo ti svegli e sei diventato il papà della medaglia d’oro numero 200 della storia olimpica italiana. Niente male.

Niente male perché quella passione per la disciplina l’hai condivisa con lui, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento; perché su quel tatami hai visto un bambino diventare un uomo; o semplicemente perché la gioia di un figlio diventa automaticamente la gioia di un padre.

Mauro Basile ha 50 anni e lo scorso 7 agosto ha vissuto i 96 secondi più lunghi della sua vita: quelli che sono bastati al figlio Fabio, 22 anni gli ultimi due dei quali nelle fila della società dell’Esercito Italiano, per vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Rio De Janeiro nella categoria 66 kg.

Basile di fronte all'azienda di Lagnasco
Basile di fronte all’azienda di Lagnasco

Si occupa di manutenzione di impianti di pesatura per l’azienda Malanetto di Lagnasco (Saluzzo) e al Gianet’s Pub, suo locale di riferimento del paese, è uno di famiglia: la nostra intervista si interrompe almeno sei volte, mano a mano che i suoi “compagni” di pausa pranzo raggiungono il locale in quella che per loro è una giornata di lavoro come tante.

«In realtà lo è anche per me, questa è la mia routine e nulla è cambiato. Adesso ho promesso a Matteo (il titolare, ndr) che gli procurerò un poster di Fabio da appendere da qualche parte. Senza troppi proclami, però, io sono sempre lo stesso».

Vive a Rosta (TO), con la moglie Tiziana e il figlio più grande, Michael, anche lui con un passato da judoka. Fabio, invece, vive e si allena alla Akiyama di Settimo Torinese, lì dove ha mosso i suoi primi passi, con il maestro Pierangelo Toniolo.

Partiamo dalla fine. Quanto pesa questa medaglia d’oro?

L'oro olimpico del figlio Fabio
L’oro olimpico del figlio Fabio

«Pesa 64 km al giorno, con 4 caselli autostradali, per 6 giorni a settimana per 12 anni. Arrivavo dal lavoro, scendevo dal furgone e salivo in macchina per portarlo agli allenamenti. Ogni giorno, dal lunedì al sabato. E la domenica le gare».

Non nasconde lo sforzo, i sacrifici anche di natura economica, ma allo stesso tempo svela che «così mi allenavo con lui, o meglio, in contemporanea con lui. Io sono cintura nera 1° Dan: quando Fabio ha preso la patente da una parte è stato un sollievo, ma dall’altra ho perso l’abitudine all’allenamento quotidiano».

Quindi il judo è una “questione genetica” a casa vostra?

«In realtà no, io amo lo sport in generale e ho praticato diverse discipline. Fabio ha iniziato con il judo perché mia moglie e io avevamo trovato uno di quei volantini che ti invitano a provare, la palestra era piccolina e vicina a casa, così lo abbiamo accompagnato».

E Fabio?

«Aveva cinque anni e mezzo e, inizialmente, era un po’ “impedito”, in tutto. Pensavamo, ecco anche noi abbiamo il nostro “disastro”: sul tatami prendeva botte da tutti, senza mai perdere, però, l’indole di giocherellone. Il suo primo maestro, Davide Bellagarda, ci disse di non preoccuparci, perché il judo poteva essere utile a Fabio sotto molteplici aspetti. E così è stato».

All’età di sette anni, dopo un cambio di maestro che rischiò di allontanarlo dalla disciplina, Fabio vince la sua prima gara.

Fabio ai suoi esordi sul tatami
Fabio ai suoi esordi sul tatami

«Un risultato inaspettato, anche se era già chiaro che fosse portato per questa disciplina. Da quel giorno, non ha più smesso di allenarsi. E noi di correre su e giù in macchina».

Campione italiano per la prima volta a 17 anni, è stato leader in tutte le categorie cui, anno dopo anno, accedeva: è diventato un atleta dell’Esercito, ha conquistato la maglia della Nazionale, eppure fino all’ultimo la sua partecipazione alle Olimpiadi non sembrava essere nei programmi federali.

«Per tre anni non è stato convocato per le gare di qualificazione alle Olimpiadi. Fino a quando è sbarcato in Italia Murakami Kioshi, la nuova guida tecnica: lo ha notato subito e gli ha detto “Ti porto a Tokio 2020”. Sapete cosa ha risposto Fabio? “Io voglio andare a Rio”».

Gli sono bastate sei gare per qualificarsi, per alcuni atleti sono necessari anche quattro anni. E poi il tatami brasiliano ha raccontato il resto.

Non siete andati con lui in Brasile per le Olimpiadi. Perché questa scelta?

«Un po’ per motivi di lavoro, io avevo solo un paio di settimane di ferie. E poi perché volevamo che andasse da solo, che rimanesse concentrato. Il judo è una perfetta combinazione di testa e fisico, abbiamo fatto il possibile per tenerlo calmo i giorni precedenti, senza caricarlo di pressioni».

Cosa vi ha detto prima di salire sull’aereo?

«Ha detto “sono in forma”: in 15 anni non glielo avevo mai sentito dire prima di una gara».

Torniamo alla giornata del 7 agosto 2016. Come l’avete vissuta?

Mauro e la moglie Tiziana con il portafortuna del figlio
Mauro e la moglie Tiziana con il portafortuna del figlio

«Chiusi in casa, sul divano, solo mia moglie ed io. Ti confido un segreto: non guardo mai le gare di Fabio in diretta, perché lo patisco. All’inizio non succedeva, adesso che ha qualcosa da perdere preferisco non guardare. Ma per le Olimpiadi ho fatto un’eccezione».

Ha capito da subito che quella poteva diventare una giornata storica per Fabio?

«Dopo il primo incontro ho capito che il ragazzo era in forma. Ha vinto il secondo, poi il terzo incontro. Il quarto era il più delicato perché sulla carta era quello più equilibrato: non andava preso sotto gamba. E poi la finale: a lui sono bastati 96 secondi per sconfiggere il sudcoreano campione del mondo in carica An Ba-Ul, ma per noi quell’arco di tempo è durato almeno due ore».

Avete pianto?

«Mia moglie sì, piange ancora adesso. Io no, il mio stato era per così dire… euforico!».

Cosa vi ha scritto nel primo sms dopo la vittoria?

«Una cosa tipo “Ho fatto un bel lavoro”. E poi ha dedicato a noi questa medaglia, perché lui ha sempre riconosciuto e apprezzato i nostri sacrifici».

Adesso gli amici lo aspettano per il pranzo, come ogni giorno. Come succedeva prima che diventasse il papà della medaglia d’oro numero 200 della storia olimpica italiana. Perché lui è rimasto lo stesso, un papà che chiama il figlio 22enne “Fabietto”, che deve preoccuparsi di rientrare al lavoro, che nel locale di un piccolo paese di provincia si trova a casa.

Solo con una (grande) storia in più da raccontare.

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