ITINERARI

Il sale, primo collante d’Europa

Dalle saline del mediterraneo al nord Europa, passando per Francia e Italia. Le vie del sale sono state le prime grandi vie di comunicazione e commercio d'Europa, unendo mare e monti.

Articolo pubblicato il 10 Settembre 2014

Poche decine di centesimi al chilo è il prezzo del sale comune oggi. Ma ne l Medioevo era “l’oro bianco”, prodotto soggetto a dazio, ricchezza per gli Stati in cui transitava. Ha lasciato sulla carta geografica d’Italia la traccia dei suoi percorsi, per migliaia di chilometri, a dorso di mulo.

Una rete sul Mediterraneo

Le vie del sale erano, infatti, le grandi strade commerciali che si alzavano dal Mediteranno verso l’interno, inerpicandosi su pendii e valli, lungo disagevoli mulattiere. Erano numerose in tutta la penisola, nelle attuali Emilia, Lombardia, Piemonte, e da ogni territorio partiva una rete usata per trasportare prodotti artigianali o alimentari verso il mare e in senso contrario, per far risalire la preziosa merce marina. Tanto preziosa da far scoppiare un conflitto, alla fine del XVII secolo, tra i nobili di Mondovì (nel Cuneese), e il Ducato di Savoia.
“Un lungo viaggio, quello del sale: dalle coste della Sardegna, della Corsica e della Camargue a quelle di Liguria e Provenza, quindi lungo le strade sterrate e le mulattiere verso il Piemonte, il Rhône-Alpes, la Valle d’Aosta e la catena delle Alpi del Nord, fino al Lago di Ginevra, dove prendeva le grandi vie d’acqua del Nord Europa,” raccontano Teresio e Giovanni Panzera, cinereporter e documentaristi cuneesi che, il febbraio scorso, hanno presentato il loro DVD, dalle suggestive immagini e denso di notizie Le vie del sale, una storia economica e culturale millenaria. “Uno dei nostri lavori migliori,” spiegano i due fratelli, affiancati nelle riprese dalla fotografa Carla Sciolla. Un anno di ricerche, quattro mesi per le riprese, poi il montaggio, per un film-documentario di 60 minuti in due lingue (italiano e francese), co-prodotto con Unioncamere Piemonte, Camera di Commercio di Cuneo, Alpi del Mare e Alpmed. “Una storia molto complessa e articolata – prosegue Teresio – attorno a un prodotto un tempo fondamentale per la conservazione del cibo, il fabbisogno del bestiame, la fabbricazione della pelle, gli scambi commerciali e l’incredibile indotto.
Nel 1776 – annotano gli autori – partirono da Nizza 18.317 muli carichi di sale destinato a Cuneo e a Torino”. Un intreccio di vie, divenute percorsi storici suggestivi, “come quelli della Sardegna – continua Giovanni – eccezionali per l’ambiente e, ancor più entusiasmanti so no le vie del sale che dalla Liguria salgono in Piemonte. Chi le costruì ebbe un grande intuito, tracciandole nei posti giusti: molte, come il Colle di Tenda, sono diventate le attuali vie di comunicazione, altre itinerari per il trekking e mountain bike”.

Dalle saline verso l’Europa

Le vie del sale, les routes du sel, i camin saliè (in provenzale), che collegano Liguria, Piemonte, Francia, partono dal Mediterraneo, narra il documentario, in particolare da Cagliari. Qui, la storia dell’estrazione del sale marino risale a circa 3.000 anni fa, dalle saline Molentargius, di Carloforte, e si incontra con quella di Stintino e della Tonnara Saline, nel tratto di mare del Golfo dell’Asinara, da sempre habitat dei tonni, anticamente preparati sotto sale in grossi barili.
Dai siti della Sardegna a Porto Vecchio in Corsica, una città del sale per eccellenza, alla Camargue con le saline più importanti del Mediterraneo e più antiche di Francia, Les Aigues Mortes, dove si raccoglie il bianchissimo e prezioso fleur de sel. Senza dimenticare Marsiglia, la decana delle città francesi, che a partire dall’anno 1016 e per quasi due secoli, fu la prima a ottenere la concessione per il commercio del sale. L’elenco continua con Hyeres, Grasse, che prima ancora di diventare famosa per i profumi lo era per la fiorente attività di concia del pellame e necessitava, quindi, di questa preziosa materia prima per la lavorazione. Commerciava con Genova e con Nizza, la quale, durante i secoli XVI e XVII, insieme ai Paesi che costeggiavano la via del sale, visse l’età dell’oro: era un continuo passaggio di carovane di muli (30.000 l’anno).

Tra Liguria e Piemonte

In Liguria, uno snodo nevralgico era Ventimiglia, la “porta occidentale d’Italia”, a cui fanno da corona i borghi dell’entroterra. Da lì, si inerpicavano le mulattiere: la più famosa, tra Francia, Liguria e Piemonte, passava per la Valle Roya. Il mercato del prezioso prodotto marino interessava la Riviera di Ponente, Imperia con Oneglia, centro di esportazione dell’olio di oliva ligure, e Porto Maurizio. Anche l’olio veniva trasportato via terra in otri caricati su muli che risalivano le valli.
“Proprio da Oneglia partiva la via del sale sabauda, attraverso un impervio percorso tra le montagne – raccontano i documentaristi – dove i mercanti erano costretti a mantenersi sempre in quota per evitare eccessivi dislivelli e zone pericolose per imboscate e pedaggi più o meno leciti. La strada raggiungeva la testata della Valle Tanaro, alle falde del Monte Maccarello, toccando la casa dei cacciatori, dove i mulattieri liguri consegnavano le merci a quelli piemontesi. Di qui, attraverso il Passo di Boaria, si raggiungeva Limone Piemonte e la pianura cuneese. La via del Passo delle Saline era, invece, l’itinerario migliore tra Albenga e il Monregalese. Si raggiungeva il Col di Nava e si risaliva la Valle Tanaro passando per Viozene, dove esisteva un punto di pedaggio, quindi attraverso Carnino e il Passo delle Saline si passava in Piemonte, scendendo per la Valle Ellero e quindi in pianura. Lo scambio delle merci si effettuava alla cosidetta ‘Casa del Sale’, poco a monte dell’abitato di Rastello”.

Un viaggio che unisce le Alpi al mare

Sulle vie del sale, la cui storia millenaria ha lasciato un patrimonio culturale comune, creatosi nei legami tra pastori, commercianti, mulattieri, pellegrini, e un senso di appartenenza a questo territorio di passaggio ligure, provenzale e piemontese, si inseriscono gli acciugai della Valle Maira, a cui lo scrittore Nico Orengo, ha dedicato Il salto dell’acciuga. Un viaggio carico di sapori, colori, pescatori, contrabbandieri, navigli, valichi, rade, che porta le acciughe nelle Langhe, nel Monferrato, nel Saluzzese o nel Vercellese, in Brianza, a Pavia come a Milano, e spiega perché una specialità gastronomica piemontese, la bagna caoda, sia a base di acciuga.
“Dalla Valle Maira gli uomini scendevano a dorso di mulo per scambiare la tela di canapa con il pesce salato, ritornando con carichi di sale – racconta il film. – I dazi elevati, applicati dai gabellieri di Genova e Savona, incentivarono il commercio illegale; le acciughe venivano così riposte a strati sopra il sale contenuto nei barili per pagare meno tasse”.
Cosa mette in rapporto il Monviso con Les Aigues Mortes, le più famose saline della Provenza marittima? Ancora il sale e un passaggio chiave: il Buco di Viso, o tunnel del sale, il primo traforo italiano delle Alpi, fatto realizzare da Ludovico II, Marchese di Saluzzo, e terminato nel tempo record di appena 18 mesi, nel 1480. “Il Colle delle Traversette, a Nord del Monviso, era l’unico passaggio diretto tra il Delfinato di Francia e il Marchesato di Saluzzo (nel 1400 indipendente dai Savoia) che poteva infrangere il monopolio sabaudo nel trasporto del sale. Ma il colle, a 2.950 m, non poteva sostenere un traffico commerciale così intenso”. Il Buco di Viso, lungo 80 m, che consentiva il passaggio nei due sensi di marcia, divenne, nel XVI secolo, un punto fondamentale della via del sale: dalla Valle del Guil alla Valle Po, 5.300 erano le olle di prodotto trasportate all’anno da 2.650 muli.
Le carovane di questi mercanti continuavano poi il viaggio verso l’Europa settentrionale, mantenendosi sempre in quota attraverso passi alpini, per motivi di sicurezza e per evitare il dazio, giungendo fino alla bastionata del Monte Bianco. Di qui, in un percorso molto impegnativo, aggiravano il massiccio della vetta più alta d’Italia e, in Francia, attraverso la pianura, raggiungevano il Lago di Ginevra.
Qui si fermava il viaggio a dorso di mulo. Il sale continuava via acqua. Mentre i muli, che come le navi non viaggiano mai scarichi, si rifornivano di nuovi prodotti per il percorso a ritroso.


I fratelli Panzera

Giovanni e Teresio Panzera sono due affermati documentaristi e cinereporter, titolari dello studio di produzioni video-televisive Artic Video di da sinistra Giovanni Panzera Carla Sciolla Teresio PanzeraCuneo (www.articvideo.com). Per loro l’avventura è l’essenza della vita. Sono conosciuti come i “signori delle nevi” e hanno alle spalle oltre 20 anni di viaggi, di produzioni documentaristiche e di spedizioni nell’Artico. Oltre 200 servizi sulle principali riviste italiane, partecipazioni a trasmissioni di livello nazionale, conferenze e proiezioni nelle aule scolastiche, come nelle sale cinematografiche di tutta Italia, per non parlare dei numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali.


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