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ARCHIVIO UNICO TESTUALI

Il Nilo all’ombra delle Alpi

LA PIÙ AMPIA COLLEZIONE AL MONDO DI REPERTI EGIZI DOPO QUELLA DEL CAIRO È AL MUSEO EGIZIO DI TORINO. UN PATRIMONIO ANCORA PIÙ FRUIBILE GRAZIE AI LUNGHI RESTAURI: UN ORGOGLIO TUTTO SABAUDO

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Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017

Jean François Champollion (1790-1832), il primo decifratore dei geroglifici egizi, ebbe a dire: “La strada per Menfi e Tebe passa per Torino”. Aveva appena raggiunto la capitale subalpina e catalogato – sia pure con qualche disaccordo con l’allora direttore, Giulio Cordero di San Quintino – la Collezione “Dovetti”, acquistata per la quasi simbolica cifra di 4.000 lire da Re Carlo Felice, la quale costituisce il nucleo originario del Regio Museo di Antichità Egizie insediato nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze.

nilo2okL’insieme delle opere che Dovetti, console di Francia in Egitto in epoca napoleonica, aveva raccolto era composta da oltre 5.000 reperti tra statue, papiri, steli, sarcofaghi, mummie, amuleti e vari oggetti di vita quotidiana. Ma l’attenzione per l’intrigante civiltà nordafricana in Piemonte risaliva a ben prima di quella data. Nel 1630 Carlo Emanuele II aveva acquistato la Mensa Isiaca, un altare di epoca romana di fattezze egizie, probabilmente del I secolo d.C., destinato a un tempio dedicato alla dea Iside.

Circa un secolo più tardi, Vittorio Amedeo II fondava il Museo della Regia Università, presso la sede dell’ateneo in Via Po. Per rendere più cospicue le dotazioni, Carlo Emanuele II, nel 1757, incaricò Vitaliano Donati, docente di botanica, di recarsi in Oriente, in particolare in Egitto, e di raccogliere materiali archeologici, manoscritti, mummie, oggetti che potessero integrare e rendere più chiara la funzione della sopra citata Mensa Isiaca.

I reperti rinvenuti dal Donati, comprese tre grandi statue, furono inizialmente collocati all’Università, entrando poi a nilo3far parte del neonato Museo Egizio. Alla fine del XIX secolo vennero avviati numerosi scavi in siti egizi, come Eliopoli, Giza, la Valle delle Regine a Tebe, Deir el Medina, proseguiti anche successivamente.
Nel 1970 entrò a far parte delle collezioni torinesi anche il tempietto di Ellesija, donato dalla Repubblica Araba d’Egitto all’Italia per il decisivo contributo al salvataggio dei monumenti minacciati dalla costruzione della diga di Assuan.
Nei suoi due secoli di vita, questa istituzione museale, che vanta di essere la più antica struttura interamente dedicata alla civiltà del Nilo, di possedere la più ampia collezione al mondo di reperti e di oggetti artistici (oltre 30.000) dopo quella del Cairo, ha vissuto in tempi recenti due momenti di particolare rilievo.
nilo5Il 6 ottobre 2004 è stata costituita la Fondazione “Museo delle Antichità Egizie di Torino”, il primo esempio di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata. Ne fanno parte il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT.
La mission dell’istituzione è, oltre ovviamente alla valorizzazione e alla conservazione del Museo, anche il suo ammodernamento sul piano strutturale, funzionale ed espositivo. Cosa che è puntualmente avvenuta con un investimento di 50 milioni di euro da parte della Fondazione. L’intervento complessivo, durato cinque anni, ha reso più fruibile, restaurato e messo in sicurezza la “storica” sede di Via Accademia delle Scienze.

“Quando abbiamo inaugurato il nuovo Museo Egizio, il 1° aprile 2015, ci siamo riproposti di mettere al centro la ricerca scientifica, consapevoli che solo grazie a questa si possono offrire al nostro pubblico contenuti sempre aggiornati: è stata una scommessa vincente, che ci ha premiati con un numero di visitatori che nel primo anno ha superato il milione – afferma Christian Greco (nella foto), dal 2014 direttore della struttura. – Continuiamo a nilo6impegnarci per mantenere la promessa di un museo in continuo movimento che soddisfi il suo eterogeneo pubblico: penso ai cicli di conferenze, alle mostre temporanee, alle numerose iniziative che ci vedono collaborare con realtà nazionali e internazionali. È nostra intenzione proseguire su questa strada ponendoci come obiettivo il 2024, l’anno in cui si festeggia il bicentenario del Museo Egizio che, dal 1824, vanta il titolo di primo museo al mondo dedicato alla civiltà egizia”.
Diecimila metri quadrati di spazio distribuiti in cinque piani e 15 sale; 3.300 oggetti esposti600 mq di spazio espositivo per mostre temporanee: questi i numeri del “nuovo” Museo Egizio.
Un progetto che, sotto la direzione di Greco, lo ha portato a competere con le grandi realtà museali internazionali, disegnando un percorso che ne ricostruisce la storia attraverso le collezioni, i contrasti archeologici e le vicende delle missioni di ricerca all’estero. A questo proposito, proprio nella concezione del museo come centro dinamico di ricerca, sono state avviate diverse collaborazioni, come la spedizione italo-olandese al sito archeologico di Saqqara (maggio 2015), che segna il  ritorno dell’istituzione torinese in Egitto, oppure l’analisi e la pubblicazione di papiri provenienti dal sito di Deir el Medina e lo studio della cultura materiale, che trova riscontro visivo in Via Accademia delle Scienze. Qui, in un apposito “spazio”, 11.000 reperti trattano questo aspetto, a volte marginalizzato, fornendo al pubblico una prospettiva diversa sulla civiltà egizia.

LIVIO SECCO, EGITTOLOGO PER PASSIONE
nilo8E se Torino ha il suo fiore all’occhiello nel Museo Egizio, anche Cuneo vanta un’eccellenza nel campo dell’egittologia. Si chiama Livio Secco, classe 1958, cuneese d’adozione, ed è l’autore del primo (e forse unico) dizionario egizio-italiano, edito nel 2007 da Aracne Editrice, a cui sono seguite altre due ristampe ampliate, l’ultima delle quali, del 2013, conta ben 4.000 lemmi. Secco ha pubblicato anche un’originale ricerca sulle fortificazioni militari dell’Antico Egitto, Confini di pietra, a smentire la comune convinzione di una civiltà essenzialmente, se non esclusivamente, protesa all’aldilà e alla celebrazione dei morti.
“In parte è una convinzione vera – spiega lo studioso –. Si pensi che gli Egizi costruivano regge, case, fortificazioni con mattoni di fango essiccato, materiale alquanto deperibile. Le tombe, invece, erano in pietra perché erano le case per l’eternità e ne riprendevano la tipologia e le caratteristiche. Per questa antica civiltà, il Paradiso – prosegue Secco – era una sorta di replica del mondo reale, in cui le attività erano le medesime della vita terrena, ma senza fatica, malattie, dolore e, ovviamente, morte. Per tale ragione, nelle tombe è consueto trovare, accanto agli aspettinilo7 nilo10rituali, scene di vita quotidiana. In merito, ho realizzato la traduzione delle iscrizioni della tomba TT 3 di Pashedu, a Deir El Medina. È il sepolcro di un caposquadra della XVIII Dinastia. Ed è interessante proprio perché non ci troviamo di fronte a un Faraone, a un sacerdote o a un alto dignitario, ma a un operaio, un lavoratore e su quelle pareti, oltre agli indispensabili testi religiosi, il defunto presenta la propria famiglia e la propria vita, svelando così aspetti inediti del modo di vivere del tempo”.

Quindi la sua è una specializzazione in particolare verso lo studio dei geroglifici? “La passione per la civiltà egizia antica è sfociata nell’interesse per la filologia e ho curato questo aspetto – continua lo studioso. – Molti egittologi sono prevalentemente archeologi e non sempre sanno leggere i geroglifici. Io mi occupo dei testi che, tradotti, completeranno gli studi. Gli scribi egizi padroneggiavano la lingua, che era complessa, ricca di sinonimi ampiamente usati. Si tenga presente che il geroglifico non era solo una scrittura sacra, poiché per loro inverava la realtà.
nilo9Cioè se io scrivo una formula mediante la quale faccio una donazione funeraria a un defunto, il geroglifico nell’aldilà realizza tutto ciò. Diciamo che i templi egizi ‘funzionano’ ancora oggi. Così come la damnatio memoriae, in uso anche presso i Romani, consisteva nella cancellazione del nome ovunque apparisse; in tal modo l’individuo scompariva anche nell’oltretomba”.

Tali studi, oltre che nei libri dei quali è autore, li ha trasferiti nell’insegnamento. “Nel 2001 – prosegue Secco – proposi un corso di Filologia egizia presso la Scuola Lattes di Cuneo, che si svolse con la partecipazione di 30 studenti. Visto il buon riscontro, da allora tengo regolarmente corsi di tale disciplina. Dal 2003 ho introdotto un laboratorio di perfezionamento nel quale si esamina e si traduce un testo. Da notare che gli allievi si autoproducono, sotto la mia guida, il materiale didattico del quale hanno bisogno: una grammatica e un dizionario. Quello che poi ho pubblicato nasce, in parte, anche da questo lavoro”.

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