L'INTERVISTA IMPOSSIBILE

Il balùn: passione di Langa

Articolo pubblicato il 5 Maggio 2014

Sono una palla di gomma di 10,5 cm di diametro e 190 g di peso. In origine ero di cuoio, fatta artigianalmente, e pesavo 300 g, poi, con la vulcanizzazione, si passò a questo materiale più elastico e leggero.
Vengo contesa da due squadre di quattro giocatori, dette “quadrette”: battitore, spalla, due terzini, su un campo di terra battuta lungo 90 m e largo dai 16 a i 18,a volte fiancheggiato, su un lato, da un muro sormontato da una rete. Lo scopo è quello di farmi raggiungere, con un pugno potentemente assestato, il più possibile la linea di fondo. O, meglio ancora, di oltrepassarla, realizzando un “fuori campo”, il colpo più spettacolare di questo gioco. Vale a dire il “pallone elastico” – più precisamente “pallapugno”, come ufficialmente definito dal 2011, e ancor più conosciuto in Piemonte e nella Riviera ligure di Ponente, con il termine dialettale balùn – da sempre uno sport popolare di queste zone. Legato alla tradizione contadina, specie nel Cuneese, nell’Astigiano, nel Savonese e nell’Imperiese, costituiva il passatempo preferito nei rari momenti di sosta della dura vita rurale, spesso giocato in modo amatoriale, “fra amici”. Sovente, in questo caso, veniva e viene praticata una sua variante: la pantalera. Basta una piazza, un cortile, spazi anche ristretti e improvvisati. La differenza principale è che il battitore non colpisce con il pugno, fasciato da complessi bendaggi, ma scaraventa la palla su una piccola tettoia obliqua (una volta si usavano semplicemente i tetti) a un paio di metri d’altezza, la pantalera appunto, in modo che rimbalzi con traiettorie irregolari, magari anche urtando muri, balconi, altre tettoie. Per i contendenti sono più importanti l’esperienza e l’intuizione che la forza fisica.

E, ancora oggi, si affollano gli sferisteri per assistere al campionato che si disputa dal 1912 e ha i suoi luoghi-simbolo, come il Mermèt di Alba, il “Santiago Bernabeu” del balùn, che ha visto e vede, oltre che il passare di mano di molti soldi degli accaniti scommettitori, le imprese sportive dei “grandi” di questo sport. In particolare di Augusto Manzo (S. Stefano Belbo 1911 – Alba 1982), campione assoluto negli anni ’30 del secolo scorso e nell’immediato secondo dopoguerra, vincitore di otto titoli nazionali e vero e proprio “emblema” del pallone elastico. Franco Piccinelli di lui scrisse: “Altri più scattanti, ma solo scattanti, altri più veloci, ma solo più veloci, altri più malfidi per studiata malizia. Lui no. Era tutto. Come un castello o un paese. Lui era il taglio giusto dei vini migliori. Lui la potenza guidata dalla mente”. E Giovanni Arpino: “Nelle sue rughe così bene intagliate, nel suo sguardo cilestrino, nel passo disinvolto dell’antico atleta vi è una bellezza omerica. Per gli anziani su ogni costola di Langa, costituisce una leggenda viva. Per i giovani è la palpabile memoria dei tempi che furono austeri, ilari, avventurosi, sgangherati ma fenomenici e irripetibili”. Uno dei più “potenti” narratori del patrimonio culturale e dei sentimenti della vita di Langa, Beppe Fenoglio, in uno dei quattro abbozzati capitoli rimasti del ciclo de Il paese, narra di una partita a pallone elastico, montata su in quattro e quattr’otto, a causa della presenza proprio di Augusto Manzo, venuto alla ricerca di un terzino per la sua squadra. Già perché io, la palla, cioè il balùn, ad onta di una fama un po’ rustica, ho avuto illustri incontri “letterari”, oltre quelli citati. Da Edmondo De Amicis, che ne era un grande appassionato, a Giacomo Leopardi, che dedicò la canzone A un vincitore nel pallone a Didimi, campione di Treia. Manzoni mi mise nei Promessi sposi e Carducci mi definì “il più classico dei giochi” (eh, te pareva!). Ho anche origini antiche e decisamente importanti, che affondano nel mito. Nell’Odissea. Pare proprio che giocasse con le sue amiche una specie di pallapugno Nausicaa, figlia di Alcinoo, re dei Feaci, quando, andando a recuperare la palla di un “fuori campo”, trovò Ulisse, dormiente e semi svenuto sulla spiaggia, prestandogli soccorso.

Al di là degli aspetti leggendari, pare che la nascita di questo sport risalga al 1555, quando un intellettuale bresciano, tal Antonio Scanio, diede le prime regole. Divagazioni “colte” a parte, la pallapugno è una passione e un modo di essere, ed è capace di suscitare emozioni che emergono in quelle occasioni anche dalla dura scorza di riservatezza tipica delle genti di queste colline, fra pianura e mare, bellissime e aspre.

Tornando a Fenoglio, da Il paese: “Farei volentieri una partita. Ma una partita forte. (…) Io batterei soltanto, ho detto, poi mi ritirerei ben bene nel vuoto della porta del fornaio. Tirano certi palloni al volo così forti che se ti beccano nel ventre ti fanno secco. Ma mi piace troppo. Mi piace e mi spaventa insieme”. (B. Fenoglio, Il paese, in Tutti i racconti, a cura di L. Bufano, Torino, Einaudi, 2007, p. 341).

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