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Identità, oltre storia e confini

DI ORIGINE GERMANICA, I WALSER OGGI VIVONO TRA ALTO PIEMONTE E VALLE D’AOSTA. DIETRO AL MARKETING TURISTICO, UN POPOLO CHE LOTTA PER CONSERVARE LA PROPRIA LINGUA, MA SENZA ESCLUDERSI

Articolo pubblicato il 26 Gennaio 2017

Le loro origini (germaniche) affondano nella notte dei tempi e sono da rintracciare nelle terre del Nord Europa e nelidentita2 ceppo degli Alemanni. Hanno alle spalle una storia punteggiata da progressivi spostamenti verso l’Europa centrale, quella montagnosa, isolata e non facile da plasmare, che cominciarono ad abitare intorno all’VIII secolo provenendo da settentrione. Secondo gli studi più consolidati, alcuni gruppi di Walser – il cui nome rappresenta la contrazione dell’appellativo Walliser, vallesano, cioè proveniente dall’Alto Vallese (l’attuale cantone svizzero) – intorno al XIII secolo si misero nuovamente in marcia verso Sud, finendo per insediarsi stabilmente nelle valli meridionali del Monte Rosa e in un’ampia area montuosa circostante, a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta.
identita3Le ragioni di tale spostamento pare debbano essere attribuite a fattori sostanzialmente economici: in quell’epoca ampie porzioni di territorio d’alta quota risultavano infatti incolte e spopolate, contrariamente alle terre poste più a valle. Ciò costituiva un’occasione unica per poter sfruttare terreni che non solo erano in grado di garantire la sopravvivenza a comunità umane da secoli avvezze alla dura vita di montagna e in possesso di un’antica sapienza colturale, ma che godevano anche del cosiddetto “diritto dei coloni”, capace di assicurare un ampio margine di libertà e di autonomia ai contadini da poco arrivati, a fronte del loro lavoro di dissodamento e di messa a coltura di appezzamenti appartenenti ai signori del luogo.
Da quel momento i numerosi gruppi di Walser giunti al di qua delle Alpi – approfittandoidentita4 anche di quello che gli storici definiscono optimum climatico medievale, cioè un periodo di tempo caratterizzato da un significativo innalzamento delle temperature medie, durato all’incirca dal X al XV secolo – non avrebbero più fatto ritorno sui loro passi, fissando così definitivamente le loro radici di popolo in movimento in alcune delle più belle valli del Piemonte settentrionale e della vicina Valle d’Aosta.
Cosa rimane oggi, in pieno XXI secolo, di quel bagaglio di storia, di tradizioni, di cultura materiale e di sapienza contadina che contribuì a far rinascere buona parte delle Alpi dopo l’anno 1000? Chi sono oggi i discendenti di quei Walser che popolarono le valli che si attestano intorno al Monte Rosa o che uniscono il Nord del Piemonte con la Svizzera a quote considerevoli? Le risposte a queste domande non possono che arrivare da chi in quei luoghi vive e da quanti si dedicano a mantenere vivo un patrimonio culturale unico e sempre a rischio di essere disperso con l’avanzare degli anni e delle generazioni, legate al passato da fili sempre più esili. Perché questo è il primo fattore da tenere a mente, mi conferma Lorena Chiara, che da qualche anno ricopre il ruolo di custode e di curatrice del Museo Walser di Alagna in alta Valle Sesia, per il quale organizza numerosi eventi.


LA LINGUA, IDENTITÀ DI UN POPOLOidentita6

identita5La popolazione Walser presente su questi territori (dispersa tra le Valli Sesia, Anzasca, Ossola, Formazza e in quelle collocate intorno al massiccio del Rosa) è ovviamente italiana in tutto e per tutto da molti secoli ormai, ma continua a conservare un retaggio composto da usi, costumi e saperi che rimandano a un passato di origini germaniche inconfondibile, e soprattutto da una lingua, titzschu nella variante di Alagna, che costituisce una sopravvivenza medievale del tedesco del Sud, che i Walser si portarono dietro nei loro spostamenti contribuendo così a perpetuarne l’uso e la diffusione nel corso dei secoli.
Ed è proprio la lingua, da sempre strumento fondamentale per la vita delle comunità umane, a essere diventata il punto di riferimento più importante per chi cerca oggi di mantenere vive le tradizioni Walser in territorio montano. Anche grazie alla Legge 482 del 1999, che tutela le minoranze linguistiche storiche, da qualche tempo non sono poche le iniziative che attraverso l’insegnamento del titzschu tentano di spargere, soprattutto tra le giovaniidentita7 generazioni, il seme della curiosità riguardo alla propria storia e all’insieme di saperi che hanno modellato in profondità intere vallate per così tanto tempo. Giovani generazioni che, stando a quanto mi dice Gloria, classe 1992, non raramente hanno voglia di riscoprire il proprio passato, le proprie radici, e di farlo anche attraverso scelte non certo semplici di questi tempi, come quella che lei ha compiuto con suo marito (e il loro figlio di un anno) di condurre un’azienda agricola e tentare così di restare su un territorio per cercare di farlo sopravvivere.
identita8“La vita dei miei avi Walser – dice Gloria – era fondata fin dal loro arrivo sulla pastorizia alpina e noi cerchiamo con il nostro lavoro di non far scomparire quegli usi e quelle tecniche, stando però attenti a quel che cambia intorno a noi, nel mondo, per non restare chiusi in un’idea senza prospettive”: insomma, si cercano nel passato gli strumenti di un’identità vissuta consapevolmente per muoversi con passo fermo in direzione del futuro.
Ma Gloria, o Lisa, un’altra giovane di Alagna, non parlano il titzschu, perché pochi purtroppo, almeno nelle comunità di origine Walser del Piemonte e della Valle d’Aosta, sanno oggi utilizzarlo correntemente. E questo è l’elemento che emerge più di frequente nei discorsi fatti con i miei interlocutori: la lingua degli avi rischia davvero di scomparire per sempre se un giorno o l’altro nessuno sarà più in grado di parlarla e di tramandarla. Per udirne il suono è perciò necessario fare, per così dire, un salto generazionale all’indietro e provare a sentire cosa pensano rispetto a questi temi Maria e Pietro, nati ad Alagna rispettivamente nel 1935 e nel 1940. Entrambi parlano il titzschu, imparato in famiglia in un’epoca in cui – al contrario di quel che succede oggi – le lingue cosiddette “minori” erano considerate una forma comunicativa che era bene dimenticare a favore del solo italiano.
Ciononostante, insieme a una ventina di alagnesi loro coetanei, continuano ancora oggi a farne uso nelle discussioni quotidiane, mostrando giustamente un certo orgoglio per questo sapere divenuto ormai una vera rarità.


UNA CULTURA SOVRANAZIONALE

identita9Raccontando la loro vita vissuta quasi per intero ad Alagna, Maria e Pietro mi fanno più volte notare quanto sia necessario che questo patrimonio così antico e unico non venga dimenticato, non si disperda con il tramontare della loro generazione, ma che, al contrario, possa essere trasmesso a giovani come Gloria e Lisa, che mostrano un così spiccato interesse per un passato che gli appartiene, da cui discendono. Una legittima voglia di conservare e di tramandare la memoria collettiva che è quindi comune a persone di età molto differenti; un passaggio di consegne ritenuto necessario e che oggi rappresenta forse l’unico mezzo a disposizione dei Walser per non interrompere l’esile filo della loro vicenda storica. In un’epoca in cui il mondo sembra davvero rimpicciolito e ad apparente portata di click, dove le differenze tendono a essere livellate da una patina di banale omologazione, la realtà dei Walser costituisce un’interessante digressione dal contesto generale del Nord della Penisola. Una comunità di persone che condivide lingua, usi, saperi, tecniche costruttive e cultura identita10materiale a cavallo tra Italia, Francia, Svizzera, Austria e Liechtenstein non può che essere portatrice di un forte senso identitario (che si manifesta anche attraverso periodici raduni in costume tradizionale in giro per l’Europa centrale); ma può rappresentare anche – proprio in virtù di questa sovranazionalità – un ottimo esempio di come il concetto stesso di identità non debba per forza avere come esito la chiusura, l’autoreferenzialità, il rigetto di quel che è diverso.
Essere consapevoli del proprio passato aiuta infatti a definire solidamente se stessi nei confronti del mondo esterno, laddove l’incontro e l’apertura non sono un ostacolo e diventano, anzi, occasione di scambio e di arricchimento, di fusione e di intreccio.

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