RITRATTO

Dal “sauta rabel” al “mistic turistic”

Luca Morino, voce e chitarra dei Mau Mau, è un artista eclettico capace di passare dall'invenzione di nuovi linguaggi sonori alla scrittura.

Articolo pubblicato il 4 Luglio 2014

Luca Morino è un cantante musicista scrittore giornalista: e il fatto che non ci siano le virgole tra queste definizioni non è un errore di battitura, né tanto meno di stampa, bensì semplicemente un tentativo di far capire al lettore quanto i suoi talenti, oggi, si compenetrino tra loro e contribuiscano, tutti insieme, a definire la cifra artistica di un personaggio che ha attraversato la vita culturale e musicale italiana degli ultimi 25 anni.

L’esperienza dei Mau Mau

“Il mio esordio in musica risale alla seconda metà degli anni ’80: il gruppo si chiamava ‘Loschi Dezi’ ed ebbe anche un discreto successo. Insieme a me c’erano Fabio Barovero, con cui da lì a poco avrei fondato i Mau Mau, Cato Senatore, Davide Graziano e Paolo Parpaglione. La situazione era in fase di stallo; io e Fabio ci siamo messi a provare qualcosa di diverso e ne è venuto fuori questo sound fatto di chitarra, fisarmonica e tamburo, che nell’estate del ’90 abbiamo iniziato a sperimentare. A noi si è unito prima Papa Nico, percussionista degli Africa Unite, poco dopo sostituito da Tatè Tsongan. È così che sono nati i Mau Mau”.

Un sound ibrido − con influenze che spaziano dal Maghreb ai ritmi brasiliani, senza dimenticare la canzone d’autore − che li porterà a produrre sei album (più un live, due EP e due raccolte) tra il 1992 e il 2006, a suonare in mezzo mondo, ad aprire un concerto di Paolo Conte a Nyon davanti a 70.000 persone e a collaborare con musicisti e produttori di primissima grandezza. E l’esordio, nel 1992, era tutto cantato in Piemontese.
“Avendo deciso di utilizzare fisarmonica e chitarra, sapevamo che quelle sonorità si legavano molto alla tradizione. Tuttavia, una tradizione piemontese che preveda un tamburo africano non esiste, quindi, nello scombinare le cose, il recupero del dialetto era anche un modo per avere un ponte col passato. Il dialetto che usavo era decisamente sporco: c’erano neologismi, c’erano parole inesistenti. Ad esempio, ‘multinazionale’ è un termine nuovo che mia nonna non ha mai usato, ovviamente”.

Raccontare un’altra Torino

Oggi Luca continua con la sua carriera solista (sta portando in tour il suo ultimo disco Vox Creola con il gruppo Combo Luminoso, una band giovane e fresca che gli sta dando un sacco di soddisfazioni), sta buttando giù idee per un possibile ritorno dei Mau Mau ed è previsto a Torino, alla Fondazione Merz, un concerto particolare il 29 luglio (musica contemporanea che incontra tablas e slide guitar).
Contemporaneamente alle vicende musicali, Luca Morino inizia anche a scrivere, nel 1999, e a collaborare con diverse testate. La rubrica che oggi cura su “Torino Sette”, l’inserto de “La Stampa”, si chiama Un uomo all’angolo e racconta di una Torino poco conosciuta, fatta di piazzette, locali, persone e strade che in qualche maniera hanno fatto colpo su di lui. Gli abbiamo chiesto qualche consiglio per i lettori di [UNICO].
“Il percorso che ho pensato per voi lo chiamerei ‘Torino d’Argento’, ma non ha nulla a che fare con il prezioso metallo. Visto che Dario Argento ha girato qui due dei suoi film più famosi, Profondo Rosso e Suspiria, ci sono alcuni posti che credo valga la pena rivedere, tenendo a mente le immagini delle sue pellicole. Si parte da Piazza CLN, location molto importante in Profondo Rosso, che per l’occasione venne trasformata dal regista: a un certo punto, nel film, si vede un bar che in realtà non esiste e che è una citazione di un famoso quadro di Hopper. Venne costruito apposta, adattando un angolo della piazza e credo sia interessante notare questa assenza. È la finzione del cinema, è la ridefinizione di un luogo familiare che cambia aspetto.
La seconda tappa del nostro itinerario è Villa Scott, in cui si svolgono molte scene di Profondo Rosso e che si trova in Corso Lanza 57, subito dall’altra parte del fiume. All’epoca, era occupata da una comunità di suore che vennero mandate due settimane in villeggiatura durante le riprese. A me, passare lì davanti fa sempre un certo effetto, perché sembra davvero di essere finiti dentro al film.
La terza tappa, molto interessante, è presso quella che viene definita ‘Villa Suspiria’, un po’ più distante, vicino al Traforo del Pino. Il nome vero è ‘Villa Capriglio’, una splendida struttura, la cui costruzione terminò nel 1761, oggi completamente diroccata. In questo momento è chiusa ma, facendo attenzione, ci si può fare un giro. La villa, devo essere onesto, mette davvero soggezione: ha tutti gli elementi per ricreare quell’atmosfera alla Dario Argento che ti fa scendere un brivido lungo la schiena appena ti avvicini.
Vorrei concludere con un luogo che non ha nulla a che fare con il noto regista, ma a cui sono molto legato. È l’enoteca Grande Asportazione Vini Erminio e si trova in Corso San Maurizio 46. È aperta da 52 anni ed è il pezzo di una Torino che non c’è più. Quella dei negozietti, delle piole e dei personaggi che le animavano. Fateci un salto: non tanto per il vino, ma per l’atmosfera e perché potrebbe chiudere da un momento all’altro. Purtroppo”.

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